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Poco conosciuti ma molto interessanti sono i Riti legati ai culti degli animali selvaggi soprattutto per i popoli della Scandinavia e del Nord in generale per tutti i popoli antichi.

I riti legati agli animali selvaggi ricoprono da sempre una branca della ricerca storica-sociologica e culturale molto affascinante in quanto, sono spesso legati a connotazioni religiose, spirituali e magiche molto suggestive e misteriose, che da sempre affascinano studiosi di ogni generazione e cultura.

Un animale tra questi molto ambito, amato, temuto e venerato è certamente l’Orso selvaggio, animale sacro per molti popoli in differenti epoche e culture.

L’orso nell’antichità veniva considerato come un re, un guerriero, una divinità e molte cerimonie, divinità, costruzioni, altari celebrativi, divinazioni, riti e usanze sono stati soggetti alla sua influenza e alle credenze ad esso legate.

Vediamo di seguito il mito dell’Orso nella storia e il suo legame con i riti dei popoli di varie culture.

CREDENZE E RITI DELL’ORSO NELLA STORIA [1][2]

Nella preistoria vi è testimonianza della presenza dell’Orso grazie a delle pitture rupestri rivenute in Francia nella caverna di grotta di Chauvet (scoperta nel 1994), raffiguranti animali selvaggi appunto l’orso, pantere, leoni, rinoceronti e cavalli, senza la presenza dei più comuni erbivori sempre raffigurati nelle pitture del tempo.

Si tratta dell’orso delle caverne, estinto intorno al 15.000 a.C.: una belva possente alta 3,5 metri in posizione eretta (contro i 2,10 metri dell’attuale orso bruno) e del peso di 500/600 chili che viene riportato nella caverna non solo come pittura ma anche attraverso la presenza di un grosso teschio del cranio di un esemplare di questa specie, sopra ad un altare celebrativo.

Questo ritrovamento è molto importante poiché sebbene non stabilisce con sicurezza l’epoca di creazione di tale altare celebrativo (se in epoca dell’Uomo di Neanderthal o di Cro-Magnon), stabilisce l’esistenza di un culto ursino (orsino o ursino, di orso, che ha attinenza con l’orso o che presenta qualche qualità propria dell’orso), già nella antica preistoria.

La sacralità dell’orso viene ripresa anche in epoca storica, e non solo preistorica.

EPOCA GRECA[3]

Tale sacralità viene ad esempio testimoniata in epoca Greca da Artemide, dea Greca della caccia, della caccia, figlia di Zeus e sorella gemella di Apollo, era ritenuta signora dei boschi e delle montagne.

Sebbene venisse indicata come “straniera”, forse per la sua origine non propriamente greca, era considerata una dea “differente” poiché associata ai territori selvaggi e a quelli di confine, come le aree di frontiera, le coste, le zone d’acqua e aveva tra i suoi attributi principali il cervo e l’orso appunto, l’animale preferito dalla divinità per il quale molti miti legano Artemide all’animale.

Un mito tra questi riguarda ad esempio la Metamorfosi di Callisto, splendida principessa e compagna di caccia di Artemide: la giovane, infatti, fu trasformata in orsa dalla dea selvaggia in un impeto d’ira, probabilmente per aver infranto il voto di castità, dopo essere stata posseduta da Giove.

Arcade, il piccolo che Callisto portava in grembo, fu però risparmiato e, nel volgere di qualche anno, divenne re dell’Arcadia (etimologicamente, in greco, “la terra degli orsi”).

Un giorno il giovane, recatosi a caccia, venne trasformato da Zeus in un cucciolo d’orso per impedirgli di uccidere la madre e, successivamente, i due furono trasportati nella volta celeste dove formarono le Costellazioni dell’Orsa Maggiore e Minore, le uniche a non tramontare mai sotto la linea dell’orizzonte.

Se in questo mito Callisto era la compagna di caccia di Artemide, si è pensato tuttavia che la Stessa Artemide, poiché chiamata spesso Kalliste, cioè “la bellissima” fosse in realtà che le due figure femminili in realtà fossero la stessa persona: questo potrebbe confermare la natura divina dell’orsa, personificata dalla stessa dea Artemide.

La fusione dell’orso con la divinità dei boschi e della caccia può trovare una conferma ulteriore nell’etimologia del nome “Artemide” che presenta, infatti, la particella “art”, che nell’antica lingua indoeuropea costituisce la radice della parola “orso” (arctos, appunto, in greco).

Un altro mito molto interessante riguarda il sacrificio di Ifigenia, figlia del re Agamennone. Narra la leggenda che Artemide, adirata contro il re per essere stata offesa, colpì la flotta greca con una spaventosa bonaccia, impedendole di salpare alla volta di Troia. Alla fine, il responso di un oracolo comunicò che la dea si sarebbe placata solamente con il sacrificio della bella figlia di Agamennone, Ifigenia.

In un primo tempo il grande re, furioso, si rifiutò, ma poi fu costretto ad acconsentire. Artemide, però, proprio all’ultimo momento, si impietosì e rapì la ragazza sostituendola con una cerva o un’orsa. Questa versione del mito è molto avvincente, anche perché ci introduce ad un rituale greco decisamente sorprendente: la giovane Ifigenia, infatti, salvata dalla stessa dea, fu condotta a Braurone (oggi Vravrona), sul mare, dove divenne grande sacerdotessa del tempio di Artemide e dove morì. In questo luogo di culto, almeno dal VI secolo a.C, si recavano le giovani ateniesi, chiamate “orsette” (artktoi), per partecipare ad una cerimonia misteriosa e iniziatica, in parte segreta.

Per quello che è possibile sapere le fanciulle arrivavano in processione da Atene al grande santuario vestite con abiti color zafferano; qui danzavano, spesso nude, imitando le movenze delle orse, come riportano alcuni storici dell’antichità.

I riti si concludevano probabilmente con l’uccisione di un’orsa: il sacrificio di un animale, magari accompagnato da un pasto rituale, aveva un’importanza fondamentale nell’antichità (e nelle culture sciamaniche), perché permetteva alle proprietà dell’animale di trasferirsi alle persone.

In questo caso, la qualità preponderante dell’orsa, cioè il suo istinto materno, si sarebbe così trasmesso alle giovani ateniesi in procinto di diventare spose e madri.

Si trattava evidentemente di un rito di passaggio dalla condizione puerile a quella adulta: a testimonianza di questa versione, nella fonte sacra del tempio, ancora visibile, sono stati rinvenuti oggetti personali delle giovani adolescenti e legati alla loro condizione infantile, offerti ad Artemide.

Quindi la dea selvaggia, vergine ed indipendente, era associata alla maternità proprio attraverso la sua identificazione con l’orsa.

Per questo si diceva che Artemide si allontanasse dai boschi solamente per soccorrere le donne afflitte dalle doglie: a questo proposito, a Braurone, sono state trovate delle piccole figure umane, forse degli ex voto, consegnati alla dea dopo il felice esito dei parti e, nello stesso luogo, i mariti e i familiari erano soliti offrire gli abiti indossati delle spose decedute durante il travaglio.

Se Artemide è fortemente collegata all’orso, fin dalla stessa etimologia, la dea non compare solamente nella mitologia greca, ma è presente con nomi molto simili anche nel mondo celtico e germanico: nelle zone dell’Europa centrale e insulare sono presenti, infatti, Arduina e Andarta, venerate rispettivamente nelle Ardenne e sulle Alpi, e soprattutto la dea Artio, adorata nella Germania del sud e in Svizzera, il cui attributo principale era un’orsa, appunto.

I POPOLI DEL NORD EUROPA[4]

Anche presso i popoli del Nord Europa l’orso aveva una grande importanza: associato alla forza e al coraggio, veniva affrontato in un corpo a corpo che doveva mettere in luce tutta l’abilità del cacciatore.

I riti di iniziazione dei giovani prevedevano uno scontro diretto con il possente animale: dal momento che l’unico modo di ucciderlo era quello di conficcargli un grosso coltello nel petto, i guerrieri erano costretti a resistere al terribile abbraccio dell’orso per non essere soffocati.

Prima di una battaglia, poi, gli uomini cercavano di assumere la forza dell’animale attraverso un pasto rituale in cui si cibavano della carne e del sangue della belva, a volte immergendovisi totalmente, in una sorta di bagno rituale.

Nell’antichità, e fino al Medioevo, i Berserkir (letteralmente “tuniche d’orso”), guerrieri scandinavi conosciuti anche come i “Guerrieri di Odino”, combattevano vestiti con pelli d’orso, terrorizzando gli avversari con il loro terribile aspetto di orsi-mannari: prima dello scontro, probabilmente, partecipavano ad una cerimonia sciamanica in cui danzavano e gridavano come le belve.

Al termine del rituale, condizionati anche dall’uso di droghe, si sentivano realmente trasformati in orsi, diventando selvaggi e terribili.

I POPOLI GRMANICI E CELTICI[5]

Se presso i Germani l’orso era legato ad un’idea di forza e di guerra, presso i Celti l’animale rappresentava la regalità.

Il leggendario re Artù, protagonista di una serie di romanzi cortesi redatti nel XII secolo, mostra sorprendenti analogie con l’orso, a cominciare, ancora una volta dall’etimologia del nome (art – Artù).

Prima ancora di essere un famoso eroe, Artù si collega ad un mito ancestrale, tramandatoci da un tempo remoto.

Alcuni episodi della saga arturiana, infatti, sotto la patina letteraria, riconducono il prode sovrano alla sua origine ursina.

Artù estrae la spada dalla roccia, mostrandosi come l’eletto destinato a salvare il regno dagli invasori sassoni, in febbraio, proprio quando l’orso si rivelava agli uomini uscendo dal letargo.

Il sovrano, poi, viene mortalmente ferito in novembre e soccorso agonizzante da Morgana e da alcune fate che lo conducono su una barca ad Avalon, tra le fitte nebbie autunnali: l’eroe quindi non muore realmente, ma è condotto in un altro regno da cui probabilmente farà ritorno, una condizione che richiama il lungo letargo invernale dell’orso, che iniziava, appunto, in novembre.

La natura ursina di Artù emerge ancora più chiaramente poco prima della terribile battaglia di Salesbiéres, quando il re abbraccia Lucano, il suo coppiere, soffocandolo tra le poderose braccia; nemmeno il nome del servitore sembra casuale, poiché l’etimologia si riferisce chiaramente alla luce (lucano da lux), e l’episodio potrebbe essere allegoricamente letto come l’azione dell’inverno che spegne l’abbagliante luce estiva.

IL CULTO DELL’ORSO OGGI[6]

Presso moltissime popolazioni del nord del pianeta, nell’Eurasia, dalla Siberia al Giappone, dove la religione è di tipo sciamanico, l’orso riveste un’importanza particolare, dal momento che l’animale è considerato in grado di accedere al mondo superiore nuotando nel grande fiume infero e di arrampicarsi sugli alberi per raggiungere le più alte sfere celesti.

Si tratta di un mediatore tra gli uomini e gli dei, adorato per le sue qualità terrificanti, ma anche per le sue doti di generosità e di coraggio, per la sua capacità di rinascere ogni primavera dopo il letargo e quindi di garantire il ritorno della stagione calda dopo il buio periodo invernale.

Ancora in tempi molto recenti, presso gli Ainu giapponesi (forse gli unici superstiti dell’antico ceppo euroasiatico preistorico), l’orso veniva allevato con cura e, successivamente, sacrificato, al termine di un rituale in cui gli uomini chiedevano perdono all’animale e in cui lo rassicuravano sulla sua sorte ultraterrena: quindi la belva veniva mangiata per assorbirne le qualità di forza e di coraggio.

La possibilità per gli uomini di trasformarsi in orso, presente nella cultura siberiana, trova un’eco in tempi molto recenti, anche nei cartoni animati per bambini: è significativo, a questo proposito, il film di animazione “Koda, fratello orso”, in cui il giovane inuit Kenai acquisisce la maturità solo dopo essersi trasformato in un orso.

La scelta del giovane di trascorrere la vita nelle sembianze ursine per rimanere accanto al piccolo Koda, non gli impedirà di lasciare le sue impronte sulle pareti della caverna locale, insieme a quelle dei grandi uomini della sua tribù, un rito che sembra curiosamente collegarsi alle tracce umane e animali trovate nella caverna di Chauvet.

 APPENDICE PER APPROFONDIMENTI:

  • I RITUALI DELLA CACCIA ALL’ORSO IN FINLANDIA E CARELIA:

https://books.openedition.org/aaccademia/1381?lang=it#text

  • IL SACRIFIO DELL’ORSO

https://rosa.uniroma1

[1] L’orso nell’antichità : un guerriero, un re, una divinità

di Casini C.

[2] Pastoreau M., “L’orso, storia di un re decaduto”, Torino, 2008.

AA.VV., “Antropologia e storia delle religioni. Saggi in onore di A.M. Di Nola”, Roma, 2000.

Walter P., “Artù, l’orso e il re”, Roma, 2005.

  1. Cardini, Il simbolismo dell’orso, in http://www.centrostudilaruna.it/simbolismodellorso.html

[3] L’orso nell’antichità : un guerriero, un re, una divinità

di Casini C.

[4] L’orso nell’antichità: un guerriero, un re, una divinità

di Casini C.

[5] L’orso nell’antichità: un guerriero, un re, una divinità

di Casini C.

[6] L’orso nell’antichità: un guerriero, un re, una divinità

di Casini C.

Esattamente un mese fa, il 21 dicembre, si celebrava il famoso Solstizio di inverno, la notte più lunga dell’anno, che è il culmine del sopraggiungere delle tenebre durante tutto il mese di dicembre, nel quale, le ore di luce diminuiscono sempre di più per lasciare spazio alle ore di buio e raggiungendo il 21 dicembre appunto, l’apice come giorno con meno ore di luce di tutto l’anno.

Questo giorno è fortemente simbolico poiché incarna a pieno il concetto di passaggio e trasformazione del ciclo della Natura, la quale sembra fermarsi per un momento in sospensione nell’attesa di trasformarsi e rinascere. È un vero momento di passaggio drammatico e se vogliamo intimo, non solo a livello naturale, ma anche e soprattutto a livello intimo, spirituale.

Dal punto vista astronomico, il solstizio segna l’inizio della stagione più fredda, l’arrivo dell’inverno vero e proprio ed è esattamente il giorno più breve dell’anno. Dopo il 21 dicembre, le ore di luce ricominciano ad aumentare giorno dopo giorno, fino ad arrivare alla concretizzazione dell’arrivo della primavera con l’equinozio di marzo.

Questo fenomeno, come gli altri solstizi ed equinozi, dipendono dalla inclinazione dell’asse terrestre in concomitanza con il movimento rotatorio della Terra rispetto al Sole durante le diverse stagioni.

Scientificamente parlando, il solstizio sancisce l’inizio dell’Inverno astronomico. La sua importanza tuttavia, non va solo ricercata nel fenomeno astronomico, ma va associata ai riti pagani delle tradizioni popolari che sono state tramandate nei secoli.

In particolare, il Solstizio, come suggerisce la parola, è una festa, un rito e una tradizione popolare legati alla Luce e al Sole e la sua essenza consiste nell’esorcizzare e scacciare le tenebre incombenti.

Tale festa richiamava l’importanza del tema della rinascita e della trasformazione come evoluzione da compiere singolarmente per ognuno. Capire l’importanza di una pulizia spirituale, nella quale è possibile svuotare la mente e lo spirito e predisporlo ad accogliere i nuovi propositi del nuovo anno è fondamentale per predisporre la nostra energia in sintonia non solo con il ciclo vitale, ma anche con gli obiettivi che vogliamo raggiungere nel nuovo anno.

Solstizio deriva dalla parola latina (“sol stat”) che significa “sole fermo” proprio perché durante questa transizione la luce del sole o perdura a lungo, rimanendo fermo appunto, (in estate) o viene a mancare a lungo (in inverno). Mentre nel solstizio d’estate avremo la durata massima del giorno (numero massimo di ore di luce in un giorno), in quello di inverno, accade esattamente l’opposto.

Secondo la tradizione popolare, il giorno del Solstizio di inverno è preludio della rinascita che porterà la primavera, in quanto, a partire da questo giorno le ore di luce aumentano sempre di più permettendo alla natura di risvegliarsi.

Solitamente il solstizio cade ogni anno o il 21 o il 22 dicembre e comporta che il sole tocchi il punto più basso dell’orizzonte rispetto alla linea del parallelo locale iniziando a salire successivamente dal giorno dopo. Dopo il solstizio, la luce, come potere del sole inizierà nuovamente a crescere, come se avesse subito una vera e propria rinascita.

Data la forte presenza di radici profonde di questo rito nella tradizione popolare, la Chiesa, con Papa Giulio I, non a caso instituì la festa di Natale il 25 dicembre, proprio per voler sostituire il rito del solstizio con un nuovo rito, stavolta cristiano, che potesse scacciare via in qualche modo le vecchie tradizioni pagane.

Seguendo la tradizione popolare troviamo il solstizio coniato in diverse feste e Riti Pagani:

  • Riti latini: nel mondo latino gli antichi Saturnali: un ciclo di festività della religione romana, dedicate all’insediamento nel tempio del titano Saturno o Dio Saturno e alla mitica età dell’oro. In epoca imperiale si svolgevano dal 17 al 23 dicembre, periodo fissato da Domiziano e il primo giorno era solitamente dedicato agli schiavi che potevano vivere in totale libertà per un giorno. In queste giornate era solito usare piante sempreverdi per decorare le dimore e porre delle decorazioni di stagno agli alberi. Per gli antichi Romani, il solstizio di inverno era il giorno della rinascita del Sole Bambino, durante l’antica festività del “Sol Invictus”, detta in latino “Dies Natalis Solis Invicti” (il Giorno di Nascita del Sole Invincibile).
  • Riti germanici: nel mondo germanico esso corrisponde alla festa detta Yule nel quale giorno venivano eseguite le onoranze a Freyr, dio della Fecondità.
  • Riti Celtici e Isole Britanniche: secondo la tradizione druidica (dei sacerdoti celtici, i Druidi) la festa del solstizio si chiamava Alban Arthan, ossia la festa della Luce di Re Artù ed un vero e proprio rito propiziatorio per il risveglio del Sole.
  • Riti Egizi: in Egitto il solstizio era legato al rito di celebrazione di RA, Dio del Sole.
  • Riti dell’antica Grecia: in Grecia si celebrava il 25 dicembre il giorno della rinascita di Dioniso, dio del vino e della ebrezza, spesso associato e pregato per la ciclicità delle colture vegetali, in particolare alla Vigna, pianta simbolo della cultura greca.
  • Riti Sassoni: per i Sassoni il solstizio coincideva con la Modranect, la Notte della Madre, festa sempre incentrata sulla rinascita solare.
  • Riti Scandinavi: nelle ragioni della Scandinavia, il rito legato alla festa del solstizio è chiamato Yule e addirittura sia il Natale cristiano, sia Yule, vengono chiamati entrambi con il termine “Jul” e in Finlandia non a caso il Natale viene chiamato “Joulo”. In Isalnda, nel periodo del medioevo la festa di Yule veniva ancora celebrata.
  • Riti Wicca e neopagani: ancora oggi, le tradizioni di un tempo sono state assorbite e trasferite nei nuovi culti neopagani e Wicca (definita come la “antica religione”, è un nuovo movimento religioso afferente ai fenomeni cosiddetti di “neopaganesimo”, di tipo misterico che celebra i cicli della natura). Il Solstizio celebra la morte del Re Agrifoglio (Holly King), simbolo del Vecchio Sole e dell’Anno passato, ucciso dal Re Quercia (Oak King), che incarna l’Anno Nuovo e il Sole Nascente.
  • Religione Ebraica: nella cultura ebraica si celebra Hanukkah, una festa rivolta al rinnovamento e alla luce, con le tipiche lampade ad olio a sette braccia accese (chiamate menorah) Infatti, Hanukkah è chiamato anche “Festa delle Luci”.

Il comune denominatore di tutte le varie declinazioni di questa festa è la volontà di lasciarsi alle spalle l’oscurità e i momenti caotici dell’anno passato per accogliere con una mente e uno spirito nuovi, puliti e resettati, il nuovo anno con auspicio di prosperità e benessere.

I simboli che venivano utilizzati per spiegare tale rinascita solitamente erano il vischio e altre piante che servivano a richiamare la vita e la generazione.

In particolare, il Ceppo di Yule, dedicato al ritrovamento della luce, consisteva in un grande ceppo di quercia o frassino che veniva accesso da tutta la famiglia raccolta attorno al focolare con il tizzone utilizzato nell’anno precedente e conservato meticolosamente, con l’intento di allontanare gli spiriti malvagi nascosti nelle tenebre. Tale ceppo di legno, veniva fatto bruciare per tutta la notte, veniva spento con un rituale preciso e seppellito nelle sue ceneri per i successivi 12 giorni di festeggiamenti. Il tizzone rimanente veniva conservato fino al successivo solstizio. Veniva adornato con rametti di piante differenti strette intorno ad esso con un fiocco rosso e racchiudeva le singole proprietà magiche e spirituali delle piante ornamentali con le quali veniva abbellito. In particolare:

  • Agrifoglio per simboleggiare l’anno passato.
  • Betulla per la fertilità e celebrare l’anno nuovo.
  • Edera perché era la pianta tipica del Solstizio.
  • Tasso per indicare la morte del vecchio anno.

Un altro oggetto di rito poi ripreso dalla tradizione cristiana per l’albero di Natale, era l’albero sempreverde, che simboleggiava la resistenza della vita all’accorrere delle oscurità ed era considerato di buon auspicio per ottenere prosperità. Veniva adornato con frutta secca, candele associati al tema della rinascita e del ritorno della luce.

Nel contesto moderno, in diverse parti del mondo il giorno del solstizio è diventato un importante occasione di ritrovo e socializzazione per meditare, purificare e riflettere sull’anno passato e preparare lo spirito ad accogliere il nuovo anno.

Nella tradizione celtica, in questa data si celebra Yule, la festa pagana della luce e della rinascita. Yule si ipotizza derivi dalla parola di origine norrena Hjól”, ossia “Ruota”.

Questa associazione deriva dal fatto che nella simbologia pagana l’evento del Solstizio corrisponde al punto più basso nella Ruota dell’Anno celtico.

Secondo il calendario tradizionale celtico esistono 8 festività principali che scandiscono l’anno, chiamati Sabba.

4 Sabbat Maggiori:

  • Samhain: Il Capodanno Celtico, celebrato il 31 ottobre, che ha dato origine al nostro Halloween.
  • Imbolc: La festa per il ritorno della luce, celebrata il 2 febbraio.
  • Beltane: Primo giorno d’estate, festeggiato il 1º maggio.
  • Lughnasadh: La festa del raccolto, onorata il 1º agosto.

4 Sabbat Minori, che coincidono coi due solstizi e i due equinozi:

  • Yule: Solstizio d’inverno (21-22 dicembre).
  • Ostara: Equinozio di Primavera (22-23 marzo).
  • Litha: Solstizio d’Estate (21-22 giugno).
  • Mabon: Equinozio d’Autunno (22-23 settembre).

In particolare Yule, detto anche Farlas veniva celebrato appunto il 21 o 22 dicembre, le cui celebrazioni duravano per ben 12 giorni con termine il 1° e 2 gennaio.

Era una festa ricca di simbologia, significati e come tutte le feste pagane era fortemente legata alla Natura, poiché ne racchiudeva la fine del suo ciclo e al tempo stesso la sua rinascita.

Nonostante sia il giorno più breve dell’anno, e quindi la notte più lunga, la vera protagonista del rito è la LUCE e non le tenebre come si potrebbe pensare. Secondo la leggenda: il momento del tramonto dell’ultimo sole del solstizio di inverno sanciva la morte del Vecchio Sole che comportava la durata della notte così a lungo, mentre la Grande Madre Terra, sposa del Sole, dava alla luce nell’oscurità il Sole bambino, il nuovo sole, auspicio di nuova luce e preludio della feconda primavera in arrivo.

Nella tradizione, si sottolineava l’importanza da parte della popolazione di aiutare la luce a ripristinarsi per poter vivere e prosperare nell’anno in arrivo proprio perché, le azioni umane si consideravano perfettamente connesse con le azioni della Natura. Difatti, i riti di Yule nei paesi nordici si contraddistinguono in un periodo di danze, riposo e festeggiamenti composti da veri e propri atti di stimolazione del processo di rinascita della luce.

Un rito che merita menzione è quello nel quale le donne durante questa notte attendere l’arrivo degli uomini con una candela accesa da consegnare a loro per poter accendere il fuoco sacro del focolare e dare inizio ai festeggiamenti.

Spesso nella concezione moderna, i riti pagani sono visti come mere stregonerie.

In Realtà sono semplici riti, usanze e costumi che si tramandano di generazione in generazioni da secoli e che fanno parte delle credenze e dei costumi popolari.

In particolare oggi vorrei parlare di un rito con la cannella da fare in autunno:

“✨🍂 CROCE DI CANNELLA 🍂✨

🍂☀️ Governata dal Sole la cannella ha il potere di promuovere la spiritualità.

🍂 La Cannella, secondo la forma della magia, può attirare fortuna, salute, successo, protezione e amore. Per mezzo della sua forma in croce che rappresenta i 4 punti cardinali e i 4 elementi, ha una grande forza spirituale e un potere protettivo che si impone sul luogo depositato.

✨🍂 La Cannella è consacrata dal Sole * ed elimina l’oscurità e il negativo del luogo.

🍂🧙🏻 ♀️ CONFEZIONA LA TUA PROPRIA

CROCE DI CANNELLA:

✨🍂 La croce di cannella è uno dei migliori amuleti che possiamo fare. Il suo potere può essere utilizzato a casa, a lavoro e, se non le dispiace l’odore, che amo, può essere portato in un portafoglio o portafoglio.

🍂✨🧙🏻 ♀️ Ti serviranno due bastoncini di cannella grandi.

Uno più lungo dell’altro per dare la forma di una croce.

E quando si rimette in forma, inizia con una liston o un cordone del colore scelto per il rituale ❤️ ROSSO: Amore, 💛 GIALLO: prosperità,

💙 BLU: Salute, 🤍 BIANCO: Protezione

Facendo nove giri.

Ripeti le parole 3 volte mentre tiene le parti:

✨🧙🏻 ♀️ Come il potere dell’aroma della cannella che sgorga dalla terra, quindi allontanati dalla mia casa, i conflitti che causano il male e la discordia tra i miei.

Lo voglio così, così sia fatto. ✨ ✨🧙🏻🏻 ♀️

🍂✨ Appenderai la tua croce dietro la porta principale, il tavolo da lavoro o dove hai bisogno di protezione. Rifare e sostituire dopo aver perso completamente il profumo”.

Credit to: l’Almanacco della strega 🧙🏻‍♀️

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