Tag

alimenti & le loro proprietà

Naviga

Il Miele è stato fin dalla notte dei tempi, simbolo di bontà e delizia.

Che sia consumato nei dolci, come additivo o semplicemente gustato da solo è certamente un alimento molto gustoso e dai numerosi benefici e proprietà spesso utilizzati anche come cura o rimedio a diversi problemi di salute.

Il miele è certamente un indiscusso protagonista nel panorama gastronomico internazionale e in diverse culture e tradizioni, nelle quali viene considerato un ingrediente salutare per dolci e piatti, un condimento gourmet, una scelta sana come additivo per zuccherare e in generale è considerato un alimento d’élite, ricercato, sfizioso, ricco di proprietà e molto delizioso, una vera rarità che nel tempo ha confermato il motivo per il quale venisse definito “nettare degli dei”.

Approfondiamo insieme le sue preziose proprietà.

COMPOSIZIONE & CARATTERISTICHE[1]

Il miele è un prodotto che nasce dalla trasformazione effettuata da parte delle api di una combinazione di due elementi:

  • secrezioni dei fiori sotto forma di nettare
  • escrezione di alcuni insetti (melata), ossia un liquido denso e appiccicoso ricco di zuccheri secreto da piccoli insetti il cui nutrimento è la linfa delle piante. Gli insetti in grado di produrre la melata sono gli afidi e le cocciniglie. Tale produzione di melata avviene dal processo digestivo dei liquidi vitali della pianta con conseguente espulsione di scorie. Gli insetti difatti, succhiano la linfa dalla pianta, la digeriscono, assorbono i nutrienti che gli occorrono per la propria sopravvivenza ed espellono come scoria la melata.

Una volta che la trasformazione viene attuata dal processo digestivo delle api, la materia che si forma viene depositata ed immagazzinata nelle cellette dei favi dell’alveare (se allo stato brado) o delle arnie (in caso siano api da apicoltura).

La differenza nella qualità del prodotto alimentare finale, il miele appunto, dipende tendenzialmente da diversi fattori:

  • lavoro delle api (la loro efficienza ed operosità come alveare)
  • condizioni ambientali in cui agiscono le api (clima, flora, fauna, inquinamento ecc.  ecc.)
  • intervento dell’uomo: le azioni che porta avanti per favorirne la produzione, l’estrazione, la disposizione per il cliente devono seguire procedure ben strutturate e definite.

Difatti, la produzione di miele è molto aleatoria, cambia di anno e anno e non è mai regolare. Per tale motivo molti apicoltori (gli allevatori di api) a volte si occupano attivamente della nutrizione delle api istallando delle vere e proprie mangiatoie con dispenser piene di sostanze nutrienti quali acqua zuccherata. Questa operazione da un lato migliora la resa globale dell’arnia, ossia la struttura artificiale costruita appositamente per le api in sostituzione dell’alveare naturale per facilitare la produzione di miele), dall’ altro penalizza sapore e odore del prodotto stesso.

L’intervento dell’uomo nel processo produttivo del miele ha altre interazioni sulle caratteristiche organolettiche e gustative dell’elemento in diversi aspetti:

  • l’uomo manipola la flora circostante le arnie
  • sceglie il periodo di raccolta e il metodo (colatura, centrifugazione ecc.)
  • sceglie eventuale pastorizzazione dell’alimento
  • sceglie le condizioni di lavorazione, conservazione e trasporto.

Ovviamente ad oggi la produzione del miele è diventata argomento cruciale e fonte di forti dibattiti in ogni contesto alimentare ed ambientale per la forte risonanza che avrebbe a livello globale la scomparsa delle api come specie animale in quanto in via d’estinzione in continuo rischio, per via di due aspetti fortemente criticati:

  • antropizzazione ambientale (l’intervento dell’uomo sull’ambiente naturale allo scopo di adattarlo, e quindi trasformarlo e alterarlo, ai suoi interessi, spesso con effetti ecologicamente nefasti in termini di modificazioni irreversibili dell’ambiente; ne sono esempî l’agricoltura, il diboscamento, la costruzione di di abitazioni, di impianti agricoli o industriali, ecc.)
  • utilizzo di insetticidi in agricoltura.

Il valore delle api quale specie FONDAMENTALE sul pianeta risiede nella loro insostituibile funzione di IMPOLLINATORI delle piante permettendone così la FECONDAZIONE, RIPRODUZIONE E SOPRAVVIVENZA DELLA FLORA sul pianeta. Senza la presenza delle api le piante non si potrebbero riprodurre e finiremmo per non avere più specie vegetali sulla terra in breve tempo, compromettendo non solo la flora ambientale, ma anche le colture coltivate per scopi umani quali alimentazione umana e animale (per gli allevamenti intensivi).

Per ovviare a questo grande problema si può partecipare alle molte iniziative di volontariato che mirano come organizzazioni a sensibilizzare la popolazione sul tema e ad agire concretamente per il rispetto, la salvaguardia e la protezione della specie.

LA CRISTALIZZAZIONE[2]

Il miele solitamente allo stato naturale si presenta né totalmente solido, né totalmente liquido, bensì, cristallizzato.

Il processo di cristallizzazione è un processo naturale che ne verifica la purezza e genuinità.

I tempi di cristallizzazione variano in base alla tipologia di pianta: alcuni tipi cristallizzano in tempi più brevi e altri che presentano allo stato liquido per un tempo maggiore (ad esempio il miele di acacia).

Se sottoposto ad un riscaldamento oltre i 45 C° il miele assume lo stato liquido ma oltre tale temperatura si possono danneggiare sia gli enzimi, sia le vitamine e altre sostanze nutritive.

Nell’ambito industriale il processo di pastorizzazione è molto diffuso e consente la liquefazione permanente del miele, ma poiché utilizza temperature sopra i 45 gradi centigradi, procura danni biologici al prodotto.

Difatti, la migliore degustazione del miele è consigliabile, se utilizzato come dolcificante di bevande quale latte, tè o tisane, non aggiungerlo mai a bevande bollenti ma aspettare che si raffreddi inquanto le alte temperature distruggono la maggior parte delle sostanze nutritive del miele.

Le tipologie di miele dipendono da:

  • fonte da cui proviene il nettare
  • zona di produzione
  • variazione metereologiche/climatiche.

Tali tipologie di miele si differenziano per:

  • colore
  • aroma
  • consistenza.

La conservazione ottimale del miele avviene per massimo 2 anni, senza lasciarlo invecchiare per tanto tempo in quanto si evita così, la perdita delle sostanze nutritive e caratteristiche organolettiche, che nel tempo tendono a deteriorarsi.

PROPRIETA’ NUTRIZIONALI [3]

Come prodotto di origine animali il miele è altamente calorico.

Su 100 g di prodotto si riscontrano circa 300 kcal derivanti interamente da zuccheri semplici che implicano che l’apporto energetico del prodotto sia non irrilevante.

Spesso viene consigliato come dolcificante per ricette e bevande al posto del comune zucchero granulare da tavola (saccarosio o fruttosio) grazie al suo differente potere edulcorante, ossia il potere dolcificante che si basa sulla capacità addolcente della sostanza.

Per potere dolcificante si intende “il rapporto tra la concentrazione di una soluzione di saccarosio e quella di un dolcificante che ha la stessa intensità di sapore”. Ad esempio, una soluzione acquosa contenente 0,25 grammi di acesulfame, a parità di volume e tipo di solvente, produce un sapore dolce analogo a quello di una soluzione contenente 50 grammi di zucchero. Di conseguenza, il potere dolcificante dell’acesulfame è pari a 200 (50/0.25).

Per l’abbondante presenza di fruttosio, il miele un potere dolcificante leggermente superiore allo zucchero raffinato.

La scelta di utilizzare il miele al posto dello zucchero è vantaggiosa solo se si mantiene la stessa porzione di prodotto aggiunto in quanto il miele contiene il 33 % di calorie in meno rispetto al saccarosio ed al fruttosio granulare. Se invece, se ne aggiunge troppo, si vanifica l’effetto dell’apporto calorico inferiore rispetto allo zucchero.

Il miele ha un potere dolcificante che varia in base alla sua composizione. I mieli, infatti, non sono tutti uguali.

Nota: anche lo stesso “potere dolcificante” è un parametro che varia – talvolta di parecchio – a seconda della fonte bibliografica e dell’ente di ricerca.

Poichè fruttosio, glucosio e saccarosio – gli altri glucidi sono contenuti in misura decisamente inferiore – hanno un potere dolcificante diverso tra loro, la risultate del rapporto tra la loro quantità e quest’ultimo parametro determinerà il potere dolcificante del miele in oggetto. A ciò bisogna inoltre aggiungere che il miele conteiene circa il 20% d’acqua, mentre il saccarosio è quasi totalmente asciutto.

Attribuendo al saccarosio un potere dolcificante pari a “1”, il miele oscilla da 0,7-0,8 a 1,1.

Il miele ha un contenuto calorico più basso (304 Kcal per 100 grammi contro le 392 dello zucchero tradizionale e le 362 dello zucchero di canna) perché più ricco di acqua. Nonostante ciò, un cucchiaino di miele fornisce più calorie e carboidrati rispetto ad un cucchiaino di zucchero, a causa del maggior peso specifico. Il miele, specie se non cristallizzato, è inoltre più difficile da dosare.

Difatti, il miele sebbene abbia un minore apporto calorico rispetto allo zucchero, ha spesso indice glicemico e carico glicemico quasi uguale a quello dello zicchero ed è sconsigliato nelle diete contro sovrappeso, diabete mellito di tipo 2 e ipertrigliceridemi e favorisce la carie dentaria.

Dal punto di vista dei minerali alcuni lodano l’apporto di Ferro, ma non è così sostanzioso come in altri prodotti, e vi è una discreta presenza di vitamina B e vitamina C e che comunque le molecole del miele in generale subiscono l’aumento della temperatura in senso negativo (se processati con la pastorizzazione) perdendo molte delle suddette proprietà.

Le proprietà più rilevanti del miele sono:

  • azione antiinfiammatoria
  • azione decongestionante
  • azione emolliente (buona soluzione per faringiti).

Altre proprietà benefiche:

  • facilmente digeribili (perché composto da zuccheri semplici quali saccarosio, fruttosio e glucosio)
  • ricco di minerali, vitamine e principi attivi fitoterapici delle piante dalle quali le api estraggono il nutrimento
  • elemento vivo e rivitalizzante poiché contiene enzimi, vitamine, oligominerali, sostanze antibiotico-simili e altre sostanze.
  • Molto benefico per molti organi e tessuti dell’organismo (cuore, muscoli, fegato, vie respiratorie, sangue e ossa)

È consigliato un consumo di 20-30 g/giorno in sostituzione dello zucchero raffinato, salvo controindicazioni (esempio diabete mellito tipo 2).

TIPI DI MIELE [4]

I benefici in termini fitoterapeutici derivanti dall’assunzione del miele dipendono prettamente dalle caratteristiche della pianta dalla quale le api attingono il nutrimento.

In base al tipo di miele si possono avere degli effetti sulla salute:

  • Miele di tiglio: in caso di eccitabilità nervosa, insonnia;
  • Miele di timo ed eucalipto: in caso di infezioni respiratorie;
  • Miele di agrumi: proprietà antispasmodiche e sedative;
  • Miele di rosmarino: insufficienze epatiche, colescistopatie;
  • Miele di castagno: ricostituente, rimineralizzante.

 

 

 

 

 

 

 

[1] Riccardo Borgacci, laureato in Scienze motorie e in Dietistica.

[2] Riccardo Borgacci, laureato in Scienze motorie e in Dietistica.

[3] Riccardo Borgacci, laureato in Scienze motorie e in Dietistica.

[4] Riccardo Borgacci, laureato in Scienze motorie e in Dietistica.

Chi di noi non ama gli avocado?

Questo frutto verde e burroso dal gusto ineguagliabile è uno dei frutti di maggior successo dell’ultimo secolo.

Da alimento grasso per viziosi, oggi viene considerato un Supercibo, che andrebbe mangiato tutto l’anno.

La storia di successo senza eguali dell’avocado nel XXI secolo deriva dal suo consumo no stop durante tutto il corso dell’anno lo rende tra i frutti più apprezzati, gustati e super richiesti.

Utilizzato negli antipasti, è ormai onnipresente in quasi tutti i menù, soprattutto in numerosi piatti gourmet e in generale è molto gettonato dagli amanti del fitness e degli spuntini light, sfiziosi e salutari.

La sua diffusione capillare a livello globale ne ha fatto un vero Guru dei Superfood, un elemento immancabile nella dieta di ognuno di noi, tanto da renderlo famoso, di moda e super gettonato in ogni parte del mondo.

La sua fortuna risiede non solo nel fatto di essere un frutto ricco di grassi vegetali che apportano benefici, ma anche dall’essere stato introdotto dalla fine degli anni ‘70-’80 come frutto di tendenza salutare e benefico per la salute, quale piatto principale negli aperitivi e negli spuntini dei VIP e degli sportivi e amanti del benessere.

Tutta la fama dell’avocado ha tuttavia un retrogusto amaro, fatto di corruzione, giochi di potere tra produttori, politici e malavitosi, sfruttamento indiscriminato delle risorse del territorio, distruzione e annientamento dell’ambiente e di habitat fondamentali per l’equilibrio del pianeta, sfruttamento della manodopera a basso costo, discriminazione raziale ed etnica e una lotta di potere feroce per il controllo di un mercato dal valore di miliardi di dollari.

Riportiamo di seguito tutti vati ambiti e relative dinamiche.

L’AVOCADO OGGI NEL MONDO: situazione globale[1]

Nel mondo, al giorno d’oggi vengono consumate circa 5 milioni di tonnellate di avocado ogni anno.

La potenza economica dell’avocado come super motore di una industria di successo messicana nell’ industria alimentare ha un valore di più di 2,5 miliardi di dollari l’anno.

I profitti sono numerosi per i coltivatori che considerano la produzione di avocado come una benedizione.

Tuttavia, il suo commercio si è trasformato nel tempo in una maledizione, a causa della dilagante corruzione nel territorio messicano e sudamericano che in generale ha sviluppato nel tempo numerosi crimini per costringere i coltivatori locali al pagamento del pizzo e ha portato ad estorsioni di denaro dal commercio locale con omicidi e rapimenti alle famiglie dei coltivatori che si rifiutavano di piegarsi alla mano corrotta dei signori degli avocado.

Come fonte di guadagno l’avocado è molto importante in america latina, ma è anche fonte di oppressione, estorsioni e omicidi.

In Cile ad esempio, la produzione di avocado è una parte fondamentale del commercio nazionale, ma prosciuga le scarse risorse idriche del territorio.

Chiamato Oro Verde è un prodotto molto gettonato al quale tutti provano ad arrivare.

CALIFORNIA: STORIA E CAUSE DELLA DIFFUSIONE DELLA COLTIVAZIONE DELL’AVOCADO NEGLI STATI UNITI

In California, l’avocado si è trasformato da sapore locale a superstar mondiale, grazie all’imprenditorialità dei produttori locali che circa dagli anni ’60 trasformarono le coltivazioni di arachidi o le produzioni di pollame in coltivazioni di avocado, le prime a diffondere l’avocado a livello capillare.

Per la coltivazione degli avocado si necessita di un clima mite, umidità, temperatura a 22 gradi.

Sono frutti molto delicati e se restano per più di 4 ore ad una temperatura minore di 0 gradi subiscono danni e per questo, si preferisce la coltivazione in collina in quanto l’aria fredda tende a scendere, mentre la calda salendo mantiene le condizioni ottimali per la coltivazione di questi frutti.

In California si produce il 95% della produzione americana di avocado, grazie alla presenza di pendii giusti e microclimi più adatti. I 2/ 3 delle coltivazioni della California sono concentrati in due contee specifiche.

L’avocado viene definito localmente come pera alligatore, ma il suo nome  deriva da ahuacatl, termine azteco per “testicolo”.

L’industria dell’avocado, si è sviluppata nel corso del 900 grazie all’interesse nazionale sempre maggiore per la produzione di cibi sani.

La scoperta che L’avocado Fuerte fosse ricco di sostanze nutritive, e sostanze quali potassio, fibre e grassi monoinsaturi raccomandati dai medici ne incrementò notevolmente la produzione.

Nel corso degli anni ’70, la coltivazione e produzione di avocando nel sud della California iniziò l’ascesa e i margini di guadagno erano alti.

I coltivatori pubblicizzavano l’avocado quale lussuoso frutto esotico del west coast per raffinati chef casalinghi.

Gli anni ’70 sanciscono l’ascesa e la fine dell’avocado Fuerte con l’arrivo di una nuova varietà, l’avocado Hass.

Questa varietà era comparsa alla fine degli anni ’20, nata dall’albero del cortile di un postino della California, e negli anni ’70 si affermò grazie alle sue indubbie qualità: era più cremoso e con la buccia più spessa e ruvida resisteva meglio al trasporto, aveva un periodo vegetativo più lungo ed era più piccolo del Fuerte in modo che i consumatori lo potessero finire prima che potesse marcire.

Inoltre, essendo più maneggevole, facile da trasportare e impacchettare, veniva commercializzato più facilmente (in una sola cassetta a parità di dimensioni della stessa, di avocado Hass ne entrano più del doppio della varietà Fuerte).

Il suo gusto e le sue dimensioni erano molto apprezzati dai consumatori e la sua ascesa diede uno slancio non indifferente all’industria dell’avocado.

Negli anni ’80, un problema di immagine minacciava la produzione degli avocado: con la diffusione degli amanti del fitness e della linea, l’avocado sembrava troppo unto e grasso, ma per garantire gli interessi dell’industria coltivatori venne costituito il Comitato per l’avocado della California, che in cambio di una percentuale dei profitti dei coltivatori proteggeva l’immagine pubblica dell’avocado.

L’immagine di un avocado salutare e buono era però stata introdotta dal Comitato che era comunque sovvenzionato dai coltivatori, nonostante ciò, negli anni ’70 e ’80 la coltivazione degli avocado è cresciuta ancora di più: venivano coltivati in ogni punto della California con un tasso di crescita fortissimo e tra il ’70 e l’85 gli acri dei terreni agricoli destinati alla coltivazione di avocado sono più che quadruplicati e il valore economico dei loro raccolti è passato da meno di 25 milioni di dollari a 162 milioni.

Molti professionisti delle grandi città che si ritiravano nelle campagne per una vita più tranquilla comprando dei terreni, iniziarono ad investire nella coltivazione di avocado vedendo come nelle zone limitrofe chi possedesse terreni li avesse destinati a questa tipologia di coltivazione in cambio di cospicui profitti.

Molti ex allevatori di bestiame o di produzione per mangimi di bestiame comprarono terreni sui quali investire nell’industria dell’avocado.

Nel 1998 la coltivazione di avocado sembrava essere un trend in forte ascesa come ottimo investimento sul quale puntare soprattutto perché in un anno il valore di un acro del terreno per la coltivazione di avocado era salito del 27%.  Mentre i frutteti della Contea di San Diego, un terzo del raccolto per lo Stato, venivano distrutti per fare spazio a nuove case.

In questo modo, la riserva di avocado, ossia l’offerta, si stava riducendo, mentre la domanda pro capite per questo frutto sarebbe cresciuta, con grossi vantaggi per i produttori.

La incredibile crescita appena descritta nella produzione di avocado veniva tutelata dal Governo Stati Uniti, che protesse la California dalla concorrenza dei competitor stranieri, soprattutto dal Messico, al fine di evitare che si imponessero sul mercato.

 MESSICO: LA SUPER POTENZA DELL’AVOCADO

La nascita dell’industria dell’avocado ha radici nel territorio del Messico.

Luogo di crescita ideale per l’avocado, con copiosi raccolti in grado di minare l’intera produzione americana.

Per tale motivo, per anni il Governo Statunitense tenette chiusi i confini all’importazione di avocado messicano per molto tempo.

Nel 1993, con la firma del contratto NAFTA da parte di Stati Uniti, Canada e Messico, venne sancito il libero scambio di beni aprendo il mercato e i propri confini ad una nuova ondata di scambi e commerci.

Tutti i coltivatori di avocado del territorio statunitense furono contrari alla stipula del NAFTA, in quanto ne percepivano la minaccia sapendo come fosse più conveniente e facile importare avocado dal Messico piuttosto che aiutare la produzione locale. Inoltre, i produttori statunitensi sapevano che la produzione messicana fosse 10 o 15 volte superiore la loro e li avrebbe letteralmente schiacciati.

Con l’apertura graduale del mercato americano degli Stati Uniti agli avocado messicani dal 2007, le previsioni di una totale disfatta del mercato locale vennero contraddetti, in quanto l’ondata messicana risollevò il mercato degli USA: se prima gli avocado erano presenti solo in alcuni periodi dell’anno in quanto frutti stagionali, la produzione locale produceva solo per alcuni periodi mentre con l’arrivo dei prodotti messicani che venivano prodotti tutto l’anno vennero riempiti quei buchi temporali che l’offerta locale non era mai stata in grado di sanare.

Con l’arrivo degli avocado messicani i consumatori furono più felici perché poterono consumarli tutto l’anno e nonostante la domanda crescente, la grande fornitura da parte del Messico ne ha tenuti bassi i prezzi per molto tempo.

Solo negli USA, negli ultimi 10 anni il consumo di avocado è più che raddoppiato.

Il mercato dura tutto l’anno ed è dominato dalla produzione Messicana.

Negli Stati Uniti si consumano tra le 997 e il 1 milione e 130 mila tonnellate, e in California la produzione è circa di 130 mila tonnellate, dunque una piccola parte rispetto alla domanda richiesta e consuamata nel solo mercato degli Stati Uniti.

LA PRODUZIONE MESSICANA: IL MICHIOCAN

Con l’entrata in vigore del NAFTA, un solo stato rispettava i requisiti necessari per importare avocado nel territorio degli Stati Uniti: il Michoacan, il primo esportatore di avocado dal Messico verso gli USA.

Questo stato ha fatto la sua fortuna con la produzione e il commercio di avocado per gli stati Uniti, con un posto di lavoro su 5 legato a questa industria.

Un terzo di tutta la produzione di avocado consumata nel mondo viene generata nel Michoacan:

vengono prodotti circa un milione e 451 tonnellate di avocado ogni anno.

Oltre un milione di avocado al giorno della varietà Hass, che costituisce l’80 % del raccolto mondiale di avocado totali, vengono processati nelle grandi fabbriche ed impianti di lavorazione, imballaggio e confezionamento degli avocado.

La presenza di sempre più macchinari tarati per questa varietà ci fa comprendere come il loro dominio sia forte anche in futuro.

IL COSTO SANGUINOSO DEL GUADAGNO DELL’INDUSTRIA MESSICANA DELL’AVOCADO

La redditività e i profitti ottenuti dalla entrata in vigore del NAFTA e della libera circolazione degli avocado dal Messico agli USA ha avuto un costo sanguinoso in termini di vite.

L’avocado essendo molto redditizio si è ben presto trasformato in una calamita per i guadagni facili e dunque, per corruzione e la violenza nello spietato crimine organizzato messicano.

Le città la cui maggiore entrata si basa sulla produzione e commercio dell’avocado sono veri e propri campi di battaglia e teatri di guerra: con intere città che si reggono sul business degli avocado e delle armi automatiche.

Il tasso di violenza e criminalità in tali città è altissimo e vi sono spesso gruppi armati di irregolari non governativi che dirigono le grandi fabbriche e le esportazioni del commercio dell’avocado.

L’apertura dei mercati grazie alla stipula del NAFTA, è stata provvidenziale per il crimine organizzato in quanto è concisa con il periodo nel quale i vecchi cartelli che guadagnano con il narco traffico erano allo sbando.

Tali cartelli si stavano dividendo in gruppi sempre più piccoli a causa dei continui scontri e battaglie tra loro per la supremazia.

Negli anni ’90, il Cartello del golfo, che guadagnava dal traffico di droga, governava il proprio business con la corruzione, pagando mazzette ai funzionari del governo e alle forze dell’ordine.

Nel Michoacan, la prosperità del business del narco traffico andava di pari passo con quella dell’avocado e vigeva una legge non scritta secondo la quale i narcotrafficanti non toccavano la popolazione locale civile, secondo un codice di condotta che tutti i narcotrafficanti tentavano di rispettare più possibile.

Con l’introduzione dei Los Zetas, un commando di truppe armate o truppe derelitte, addestrate da consulenti israeliani, americani e francesi che vennero ingaggiate dai narco trafficanti, la violenza sulla popolazione locale crebbe a dismisura.

Il cartello del Golfo, fu il primo a reclutare questi gruppi di elitè, che abituati alle paghe basse delle forze dell’ordine e alle condizioni di rischio nelle quali lavoravano non ci pensarono due volte a essere assoldati dai ricchi narcotrafficanti che offrivano paghe 5-10 volte superiori, migliori condizioni lavorative e sostegno in caso di morte alle loro famiglie.

Tale situazione durò fino alla fine degli ’90, quando i Los Zetas formarono un proprio cartello, sperimentando una nuova ondata di affari: estorsioni e rapimenti della popolazione locale.

IL cambiamento delle organizzazioni criminali messicane consisteva non più solo nella produzione di droga destinata al narco traffico, ma anche a spremere quanti più soldi possibili dalle risorse locali disponibili, ossia delal industria dell’avocado nel nostro caso.

Con la apertura dei mercati, il libero scambio dell’accordo NAFTA, la conseguente esportazione di avocado verso gli Stati Uniti e il grosso margine di profitto all’orizzonte, le bande e i cartelli delle organizzazioni criminali hanno iniziato a vessare e fare violenze sul gruppo di piccoli produttori di avocado che erano passati dall’essere semplici produttori al guadagnare milioni grazie alla esportazione verso il suolo americano.

Con questo nuovo giro di soldi, le bande davano mazzette e tangenti ai funzionari agricoli per avere la lista dei nomi e indirizzi dei produttori e agricoltori di avocado più ricchi.

Molti produttori di avocado diventati ricchi subirono attacchi, rapimenti per riscatti milionari, torture, uccisioni e minacce da parte di cartelli e bande.

Questi attacchi dipendevafcno dal fatto che in Michoucan la maggioranza della produzione agricola di avocado avviene in terreni di meno di 10 ettari e un terreno di 10 ettari fruttava anche più di 100 mila dollari l’anno anche con i prezzi molto bassi.

Nel 2006, Enrique Calderon, il presidente del momento decise di agire contro i cartelli al fine di annientarli attraverso una invasione interna del Michoacan, uccidendo e arrestando i capi dei cartelli, che però sopravvissero, dividendosi in bande criminali più piccole.

Con il commercio della droga arrestato e con i guadagni ormai compromessi da tale mossa governativa, le bande puntarono sull’estorsione come fonte di guadagno primario.

I Los Zetas iniziarono a uccidere e imbrogliare i loro alleati locali che ribellandosi fondarono un nuovo gruppo: la Familia Michoacana, un gruppo nazionalista di rivolta nato come controffensiva al Los Zetas.

La familia MIchoacana si considerava essere un gruppo composto da veri messicani, attaccati alla loro terra, al contrario dei Los Zetas visti come mercenari e assassini.

I componenti della Familia Michoacana venivano considerati dei liberatori della patria dai residenti locali, proprio perché combattevano i Los Zetas, ma presto divennero aguzzini di primo livello che si sostituirono ai Los Zetas e che puntavano a spremere la popolazione e le risorse locali sempre di più.

Se non bastasse, in quel periodo, il guacamole prese piede nella cultura americana come spuntino leggero, gustoso e immancabile soprattutto se consumato con patatine davanti ad una partita di football.

Nondimeno, attraverso la pubblicità del periodo si arrivò a consumare guacamole finanche al super bowl, e ancora oggi oltre il 6 % delle importazioni di avocado dal Messico sono destinate al consumo per questo evento durante quel singolo we.

Nel solo 2009, da stime del governo Messicano le bande criminali hanno ricavato oltre 150 milioni di dollari dall’industria dell’avocado. Lo stato del Michoacan, detenne il numero più elevato di rapimenti e di richieste di pizzo nei confronti dei produttori di avocado.

Nel 2010 la Familia Michoacana si divise ancora, con il nuovo gruppo scissionista chiamato i Cavalieri Templari che basò il suo guadagno sulle estorsioni all’industria dell’avocado.

Passarono dall’estorcere soldi tramite i rapimenti e minacce o tramite il pizzo ai produttori e agricolturi di avocado, al voler detenere il controllo totale dell’industria e del mercato.

Iniziarono a stabilire delle quote per i coltivatori, incendiare magazzini e camion per obbligare i produttori ad accettare tali quote.

Raggiunto il massimo potere, i cavalieri Templari controllarono tutto il territorio e attuarono tantissimi abusi di ogni tipo sulla popolazione locale.

Con l’aumento della produzione la rovinarono appositamente, la diminuirono per evitare il crollo dei prezzi, come fossero un OPEC dell’industria dell’avocado.

Nel 2011, le esportazioni di avocado dal Michoacan hanno sfiorato gli 800 milioni di dollari e i cartelli iniziarono a rapire i parenti dei coltivatori più ricchi.

Per difendersi dai Cavalieri Templari la popolazione locale fondò una banda di difesa chiamata Auto Defenza, un movimento di auto difesa, per barricare le città con mura e difese e perquisendo le persone in entrate alla città al fine di difendere i campi di avocado e le famiglie di agricoltori.

IL problema, come sempre, fu che in questa banda entrarono anche i cirminali, che volevano distruggere i Cavalieri Templari solo per prendere il loro posto nel controllo del business dell’avocado.

La popolazione locale, venne decimata, perché i locali con armi improvvisate di fortuna provarono a farsi giustizia da soli.

I soldi derivanti dal business degli avocado dominano la vita politica,sociale, ed economica e la milizia del gruppo di Auto Defenza ha un buon rapporto con il governo federale in tutto il Michoacan.

Il vero potere non era nelle mani del Governo federale ma nelle mani dei ricchi agricolturi che hanno istituito nel tempo milizie personali per la propria auto difesa e quella della popolazione locale controllando di fatto i governi locali.

Le auto defenzas furono integrate nella polizia di stato (gli sono state date autopattuglie come simbolo del potere, armi e divise di ordinanza) solo per dire che siano sotto il controllo dello stato.

Come regione degli avocado, la proclamazione del potere delle auto defezas sono ancora oggi un vero e proprio resoconto del fallimento delle autorità governative federali.

Il Michoacam rimane tutt’oggi uno dei posti più pericolosi del Messico.

 CHILE: l’IMPATTO DELL’AVOCADO SULLE RISORSE IDRICHE

In Chile, in molti paesini e villaggi vicini a corsi d’acqua, fiumi, canali e sorgenti la situazione idrica è catastrofica.

Se prima del 2008 la popolazione locale riusciva ad accedere ad acqua potabile senza problemi da queste fonti, dopo il 2008 fino ad oggi, la popolazione è costretta ad affidarsi ad autobotti di fortuna che arrivano di tanto in tanto sporadicamente, senza vere garanzie.

L’acqua di molti canali e fiumi è stata prosciugata a casa delle coltivazioni di avocado che si trovano intorno a tali villaggi.

Nel Cile centrale la siccità è letteralmente esplosa negli ultimi 10 anni per colpa della produzione di avocado, che richiesti in quantità maggiori ogni anno per tutto l’anno necessitano sempre di più di acqua e terreni per la coltivazione.

La coltivazione dell’avocado è così fondamentale per la economia e l’agricoltura del Chile, tanto da superare le esigenze di acqua potabile della popolazione locale e avere la priorità sulle vita degli stessi Chileni.

L’ACQUA: IL PROBLEMA DELLA GESTIONE DELLE RISORSE IDRICHE NELLA PRODUZIONE DELL’AVOCADO

L’acqua rimane un problema importante nel processo produttivo dell’avocado: occorrono circa 68 litri per produrre un solo avocado.

Per tale motivo, l’acqua rimane la risorsa più importante nella guerra al controllo del business dell’avocado.

Tornando al territorio del Cile la provincia di Petorca è la zona dove si produce la maggiore produzione di avocado.

L’accesso alle risorse idriche in Cile è molto dispotico: viene concesso per la produzione dell’avocado ma non alla popolazioni locali.

In Cile il sistema dei diritti dell’acqua deriva dalle idee degli economisti cileni che negli anni ’70 studiavano negli USA nella Università di Chiacago seguendo le idee del Guru e Professore di economia Milton Freedaman, resposnabile delle teorie sul Mercato libero negli Stati Uniti.

Tali idee furono riportate in patria da tali economisti e applicate al sistema di gestione dell’acqua potabile facendole diventare leggi, e nel 1981, con l’avallo del Presidente Pinochet, l’acqua è stata privatizzata.

il modello economico ha implementato la privatizzazione di molte risorse naturali cilene allo scopo di renderne più efficiente la gestione, ma senza la giusta supervisione dello Stato,  privati cittadini e aziende non hanno avuto spazio a causa di ricchi speculatori che si sono accaparrati le risorse idriche migliori.

Sebbene l’avocado non sia di origine cilena, il territorio isolato del Cile ha permesso che la produzione di frutta rimanesse al sicuro dalle malattie esterne.

Tuttavia, l’ente Americano limitava le importazioni di avocado cileno ancora prima del NAFTA.

A metà anni ’90 il Cile aumentò la produzione ed esportazione dell’avocado verso gli Stati Uniti  e le conseguenti richieste per l’accesso alle risorse idriche aumentarono vertigionasamente, soprattutto nelle zone di Ligua e Petrorca.

Molti coltivatori che desideravano più acqua di quella di cui avevano diritto, si appropriarono illegalmente con canali e pozzi segreti delle risorse idriche che deviavano l’acqua dai fiumi verso le piantagioni.

Grazie a quell’acqua sottratta illegalmente e l’apertura del mercato americano, la produzione di avocado in Cile decollò da 50 mila tonnellate a 250 mila tonnellate in soli 10 anni.

Il modello agro industriale ha depredato significativamente e illegalmente e indiscriminatamente tutto il territorio e le risorse idriche portando i due principali fiumi a prosciugarsi completamente, privando la popolazione povera locale l’accesso all’acqua.

Drammatico è stato l’ompatto delle coltivazioni di avocado su tutto il territorio, sulle risorse e sulla popolazione locale. Viene data priorità alla produzione di avocado.

Non per tutti i produttori la produzione di avocado garantisce loro la vita e il sostentamento.

Difatti, molti produttori del fondo valle sono stati schiacciati dai più grandi e potenti e lasciati soli sono stati costretti a chiudere per via della mancanza dell’acqua. I pozzi e i canali a loro destinati sono stati prosciugati a causa della depredazione dei produttori più grandi.

I piccoli produttori non possono permettersi di pagare per l’accesso all’acqua e non essendo in grado di produrre  sono costretti a vendere la loro terra ai coltivatori più grandi.

Il terreno cileno non si presta benissimo alla coltivazione di avocado, in quanto rimane troppo secco, l’unico modo per garantire che l’avocado cresca bene è quello di crescerlo in collina portando la giusta quantità di acqua che necessita.

Per tale motivo, l’accesso alle risorse idriche si è trasformato nel punto cardine della lotta continua per il controllo del potere di questo business.

Oggi in Cile si sono oltre 30 mila ettari destinati alla produzione di Avocado Hass.

Dopo il Perù il Cile è il più grande esportatore di avocado verso l’Europa e verso la Cina.

La Cina di recente, soprattutto per la classe media, ha sviluppato una passione per gli avocado importandoli principalmente dal Cile, con un incremento di 1000 volte negli ultimi 7 anni.

La produzione di avocado garantisce certamente la stabilità economica MA NON PUO’ ANDARE A DISCAPITO DELLO SFTUTTAMENTO DELLE RISORSE AMBIENTALI CON RIPERCUSSIONI SU AMBIENTE E POPOLAZIONE LOCALE.

CALIFORNIA: IL PROBLEMA DELL’ACQUA

Anche in California, alcuni piccoli coltivatori californiani temono per l’accesso alle risorse idriche e temono che in futuro dovranno cedere la loro fetta di mercato (di un mercato che hanno loro stessi fondato negli anni ’70) ai produttori più grandi del Messico del Cile.

Il business degli avocado è stato minacciato dalle enormi stagioni di siccità degli ultimi 10 anni che hanno portato le risorse idriche a prosciugarsi enormemente.

CONCLUSIONI

Non esistono soluzioni semplici per il mercato degli avocado: criminalità, risorse idriche sotto attacco e poco controllate e disastri ambientali sono all’ordine del giorno.

Sta a noi consumatori capire come aiutare il mercato attraverso la richiesto di certificazioni per avocado equosolidali.

[1] Rotten: la guerra degli avocado- Netflix Documtario

 

Nella stagione primaverile si riscopre il piacere del mangiare sano e gustoso.

Numerosi sono i prodotti che si possono mangiare in questa stagione dal gusto delizioso e dalle benefiche proprietà per la salute.

I cibi sfiziosi della primavera, sani, gustosi, bene si adattando alle diete tipiche di questa stagione cosiddette light; atte prettamente a purificare, disintossicare e riequilibrare l’organismo.

Il nostro umore e il nostro appetito crescono in concomitanza dell’allungamento delle giornate e per evitare che questa crescita porti a mangiare sregolato o a fare sgarri non salutari, si possono sfruttare gli innumerevoli frutti e ortaggi di stagione che bene si prestano come spuntini sani, leggeri e gustosi senza appesantire l’organismo e senza buttare all’aria gli sforzi della gettonata dieta detox portata avanti per superare la temuta prova costume.

I primi calori, le fresche brezze, i profumi e le essenze dei fiori che la primavera porta con sé sono tipici di questo periodo, come tipici sono gli alimenti di stagione che aiutano non solo la salute, ma anche le tasche.

Difatti, acquistare gli alimenti di stagione impedisce al rincaro dei prezzi di gravare sul portafoglio e di poter risparmiare comprando prodotti freschi, di stagione e a prezzi calmierati.

Di seguito riportiamo spunti e curiosità sugli alimenti tipici di stagione e i loro relativi benefici.

ALIMENTI DI STAGIONE

Un primo elenco di frutti di stagione potrebbe essere il seguente:

  • albicocche
  • 
amarene
  • asparagi
  • asparagi selvatici (veri asparagi selvatici oppure getti giovani di luppolo, rovo ecc.)
  • barba di frate
  • bietole
  • carciofi (gli ultimi)
  • carciofini da conservare
  • cavolfiori
  • cavoli cappucci
  • cicoria da taglio
  • ciliegie
  • cime di rapa
  • cipolle bianche
  • cipollotti
  • cornetti
  • coste
  • crescione
  • erbette
  • fagiolini
  • fave
  • finocchi
  • fragole
  • indivia
  • insalatine primaverili (lattughino, pasqualina, cicorino, raperonzolo ecc.)
  • kiwi italiani
  • lattughe (romana, da taglio, riccia, rossa, gentile, a cappuccio)
  • mandarini
  • nespole giapponesi
  • patate novelle
  • piselli
  • porri
  • prataioli o champignon
  • radicchi rossi
  • radici amare
  • rape
  • ravanelli
  • scorzonera – scorzobianca
  • sedano di Verona
  • spinaci
  • taccole
  • tarassaco o soffione o dente di leone
  • tartufi
  • valerianella o songino o gallinella
  • verze
  • zucchine

Se nel primo periodo della primavera porteremo nei piatti alcuni alimenti presenti in inverno, altri sapori più tipici della primavera saranno i protagonisti della seconda parte del trimestre.

LA FRUTTA PRIMAVERILE

Con l’uscita dall’inverno si potrà approfittare ancora di kiwimele e pere, preparando frullati e macedonie arricchite dagli ultimi mandarini e mandaranci.

Ottime spremute di arance tardive possono essere preparate per sostenere le difese naturali nel periodo delicato del cambio di stagione.

Arriva anche il tanto atteso momento dei frutti rossi per la gioia degli occhi e del palato è: si comincia dalle fragole, incaricate di dare ufficialmente il via alla primavera, per proseguire, nel mese di aprile e maggio, con le ciliegie.

La specialità delle fragole e ciliegie al naturale è che conservano intatte le ottime proprietà che le contraddistinguono, dalla ricchezza di vitamine e minerali rivitalizzanti all’azione diuretica e depurativa che aiuta a rimettersi in forma dopo la stagione fredda.

A questo proposito a primavera è una buona idea mettere nel carrello anche frutti esotici come ananas, avocado e mango.

L’ananas è un alleato della buona circolazione e delle gambe leggere, l’avocado è molto nutriente, energetico e salutare, ottimo per colazioni primaverili sane e sostanziose.

Il mango, fresco e ricco di minerali e potassio, aiuta ad affrontare meglio i primi caldi che ci trovano spesso impreparati. Per arricchire la dieta di potassio aggiungiamo alla lista della spesa anche le banane.

Andando incontro all’estate, tra maggio e giugno, si consiglia di consumare le prime varietà di albicocche e pesche precoci, le nespole del Giappone e i primi meloni.

Un vero toccasana sono tutti i frutti di colore giallo e arancione, idratanti e ricchi di betacarotene, per preparare la pelle ai primi bagni di sole.

Riassumendo, l’elenco dei frutti disponibili a primavera comprende:

  • Kiwi
  • Mele
  • Pere
  • Mandarini
  • Mandaranci
  • Arance
  • Fragole
  • Ciliegie
  • Ananas
  • Avocado
  • Mango
  • Banane
  • Pesche
  • Albicocche
  • Nespole
  • Melone

LA VERDURA PRIMAVERILE

Da marzo a maggio, gli asparagi sono la verdura primaverile per eccellenza, immancabili nei menù di Pasqua e perfetti per torte di sfoglia, primi piatti, insalate, ma anche polpette e burger vegetariani, zuppe e creme.

Gli asparagi si contraddisguono per e poche calorie, tante fibre e potassio e sono ottimi per chi cerca un ingrediente saporito per una dieta snellente.

Gli agretti sono gli altri protagonisti della stagione: poco calorici e depurativi sono anche gli agretti, protagonisti, insieme agli asparagi, dei mesi di marzo, aprile e maggio.

Chiamati a seconda delle zone anche barba di frate o lischi, gli agretti sono perfetti come contorno, in frittata, per primi piatti di pasta o di riso.

Durante il mese di marzo ottimi sono i finocchi, da mangiare crudi in un’insalata di lattuga primaverile, insieme alle carote, disponibili tutto l’anno e sempre utili al benessere con la loro dose di fibre e vitamine.

Per le insalate, ricordiamo di aggiungere ai nostri piatti primaverili i ravanelli. Pochissime calorie, vitamine del gruppo B, vitamina C, i ravanelli sono un vero affare per chi vuole mantenersi in forma.

Come le altre verdure amare, i ravanelli hanno spiccate virtù antinfiammatorie e contribuiscono all’efficienza del sistema immunitario.

Come tutte le altre verdure amare, ricordiamo che è anche periodo di mammole, varietà di carciofi adatta a tante ricette gustose.

Per contorni e non solo, arrivano le patate novelle e alcune varietà di funghi primaverili.

Nel mondo dei legumi è il momento perfetto per le fave e per i piselli freschi, in attesa, andando verso l’estate, di mettere in insalata i fagiolini.

Poco calorici nella media dei legumi, piselli, fave e fagiolini saziano senza appesantire, l’ideale nella bella stagione.

Infine, primavera significa anche fiori di zucca e a giugno le prime zucchine di stagione, insieme ai pomodorini precoci e ai primi cetrioli.

Nella lista delle verdure primaverili inseriremo quindi:

  • Asparagi
  • Agretti
  • Finocchi
  • Lattuga
  • Carote
  • Ravanelli
  • Mammole
  • Patate novelle
  • Funghi primaverili
  • Fave
  • Piselli
  • Fagiolini
  • Fiori di zucca
  • Zucchine
  • Pomodorini
  • Cetrioli

LO STUDIO DELL’ISTITUTO AUXIOLIGICO ITALIANO[1]

Riportiamo un interessanre studio riportato dall’Istituto Auxiologico: Auxologico è una Fondazione no profit riconosciuta come Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) dal 1972, con 17 strutture ospedaliere, diagnostiche e poliambulatoriali in Italia.

Auxologico è una comunità di medici, ricercatori, tecnici, personale sanitario e amministrativo di oltre 2600 persone che ogni giorno mettono a disposizione il proprio impegno e la propria professionalità per la cura della persona.

La mission di Auxologico è mettere a disposizione le cure sanitarie più aggiornate, efficaci e personalizzate, trasferendo i progressi della ricerca scientifica all’attività diagnostica e ospedaliera.

“I cibi consumati nella giusta stagione apportano la maggior quantità di vitamine e sostanze nutritive. In questo articolo scopriremo quali sono i prodotti tipici della primavera con cui arricchire la nostra alimentazione.

QUALE FRUTTA CONSUMARE?

Se a marzo “resistono” arance, kiwi, limoni, mandarini, mele, e pere, ad aprile largo alle fragole e alle nespole, a maggio deliziamoci con le ciliegie (e le fragole e nespole che resistono), quindi a giugno ci coloriamo di arancione con le albicocchepesche, e susine.

Chi dice primavera, dice anche fragole. La fragola è a basso contenuto calorico, ricco di vitamine C, A, B e B9 così come in potassio e antiossidanti.

Per renderlo un alimento salutare, tuttavia, bisogna fare attenzione a non nasconderlo sotto una nuvola di panna montata o zucchero bianco. Puoi assaggiare la macedonia di fragole, con un po’ di limone, o semplicemente al naturale per apprezzare la sua vera dolcezza.

L’allergia alle fragole è una delle più diffuse tra i bambini: attenzione quindi al calendario dello svezzamento per i più piccoli. La fragola infatti è ricca di istamina, una sostanza che, se rilasciata in quantità eccessiva, può essere responsabile di reazioni cutanee, pruriti e altre fastidiose manifestazioni a livello respiratorio e gastrointestinale.

Allergie alla frutta

LE VERDURE DI PRIMAVERA

E per quanto riguarda la verdura disponibile nella stagione primaverile? Il nostro menù dice addio ad alcuni alimenti, ma si arricchisce con altri, tipici di questa stagione, altrettanto gustosi:

  • asparagi;
  • ravanelli;
  • carciofi;
  • spinaci;
  • finocchi;
  • rucola.

Tra i must della primavera, i protagonisti sono decisamente sono gli asparagi. Gli asparagi, bianchi, verdi o viola, sono un vero tesoro di salute. Ricco di vitamina B9, vitamina K, ferro, rame e fosforo, l’asparago è un’ottima fonte di antiossidanti ed è noto per la sua azione diuretica.

Per sfruttare al meglio le sue qualità nutrizionali ti suggeriamo di cucinarli al vapore.

Attenzione al consumo per chi soffre di colon irritabile (IBS , gonfiore intestinale): l’asparago è una verdura particolarmente fermentativa.

Un altro ortaggio stagionale molto abbondante in primavera è il ravanello. Piccolo, croccante e succoso ha molti  punti di forza. È ricco di vitamina C, potassio, fibre e zolfo. Ottimi nelle zuppein insalata o anche frullati.

Si possono anche sfruttare come snack spezza-fame se si sta attenti ai Kg di troppo!

Non dimentichiamo di mangiare carciofi, spinaci, finocchi e rucola (i più rigogliosi a maggio).

Alimentazione d’inverno

IL PESCE IN PRIMAVERA

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, anche i pesci, come frutta e verdura, hanno le loro stagioni. Oltre al merluzzo e al nasello, la primavera è anche la stagione dello sgombro.

Questo piccolo pesce ha carne grassa e gustosa, è un’ottima fonte di vitamine B e D, di selenio, ferro e in particolare di omega-3, un acido grasso essenziale cioè da assumere esclusivamente con la dieta dato che il nostro corpo non è in grado di produrlo. Buono per il cuore e le arterie, lo sgombro è, inoltre, un pesce poco costoso utile da inserire spesso nei nostri menu settimanali! Acquistato fresco, basta grigliarlo o infornarlo in cartoccio con aromi e limone per apprezzare tutto il suo sapore.

È frequente vedere comparire in pescheria a primavera (tra marzo e giugno):

  • granchi;
  • leccia;
  • gallinella;
  • scorfano rosso.

LA CARNE DI STAGIONE

Le carni bianche aprono la stagione di primavera; il coniglio, in particolare, è facilmente digeribile, contiene molte proteine, soltanto il 5% di grassi e soprattutto poco colesterolo (circa 60 mg per 100 g di coniglio).

Agnelloanatrapollo e tacchino sono altre carni di stagione da prediligere, lago dunque alle carni bianche e magre.

I FORMAGGI IN PRIMAVERA

La primavera è sicuramente il momento migliore dei formaggi ovini e caprini per la particolare ricchezza del latte da cui sono prodotti (latte di pecora e capra). Prediligere i freschi o quelli poco stagionati.

Particolarmente saporiti quelli a breve stagionatura (pochi mesi) avvolti nel fieno fresco  dei pascoli di montagna in modo da arricchirli con gli aromi e i profumi di montagna.

I LEGUMI

La Primavera è la stagione ideale per gustarsi i primi legumi freschi (e non secchi, in latta o brik o surgelati).

Via libera dunque a questi preziosi alimenti ricchi di proteine e poveri di grassi soprattutto: piselli, e fave sono assolutamente da provare divertendosi a sbaccellarli dal loro baccello. Ottimi scottati al vapore e da aggiungere alle insalate o da inserire nelle zuppe.

piselli sono un buon modo per assumere proteine, vitaminesali minerali fibre utili alla regolarità intestinale. I baccelli freschi di piselli (molto ricchi in sali minerali), si possono conservare e riutilizzare come ingrediente in passati e vellutate da cucinare con verdure di stagione.

Le fave sono ideali nei menu di primavera anche per il loro elevato contenuto in ferro. Quelle più giovani (verde chiaro) sono ottime da mangiare anche crude, mentre generalmente si consumano cotte/stufate. Sono però controindicate per chi è affetto da favismo, una patologia genetica che determina l’assenza di un enzima capace di metabolizzare alcune sostanze presenti in questo legume, quindi attenzione.

Anche le fave ci aiutano a non sprecare; da provare le scorze di fave spadellate.

Infine, primavera significa anche giornate più lunghe e clima mite, non dimenticare di mantenersi attivi con una bella camminata.

[1] https://www.auxologico.it/

Nel mondo della alimentazione vi è sempre maggiore attenzione sull’importanza di consumare alimenti ricchi di nutrienti che sono in grado di conferire benefici per la salute.

Difatti, come per molti altri settori, esistono degli elementi che vengono considerati al pari dei Super Eroi, le cui proprietà vengono considerate al di sopra della media.

E’ il caso dei Superfood, alimenti definiti aventi proprietà straordinarie, ritenuti molto speciali e considerati da molti così salutari da poter sconfiggere ogni malattia.

Questi alimenti dalle caratteristiche e proprietà sorprendenti e strabilianti sono ovviamente oggetto di interesse di tutta l’industria del marketing e di tutti coloro che anelano a migliorare la propria salute attraverso il loro consumo

Bisogna tuttavia stare attenti in quanto dal punto di vista scientifico non esiste una definizione precisa e specifica per tali alimenti.

Il termine è stato coniato dal mondo commerciale come strategia di marketing e sebbene sia evidente come una dieta sana ed equilibrata possa influire positivamente sulla salute dell’organismo, è bene stare attenti alle garanzie che i supercibi possono effettivamente apportare.

Di seguito scopriamo maggiori dettagli.

DEFINIZIONE & CARATTERISTICHE [1]

 Sebbene non via una definizione ufficiale di tale termine, la definizione che si ritiene più accreditata è quella per indicare i cibi aventi presunte capacità benefiche per la salute, imputabili ad una parte delle caratteristiche nutrizionali o alla concentrazione chimica complessiva.

Spesso accostati agli alimenti funzionali oppure ai cibi nutraceutici (dalla sincrasi di nutrizione e farmaceutica), per superfood si intendono alimenti di origine vegetale, con importanti caratteristiche nutrizionali e minimamente lavorati, meglio ancora se crudi e biologici.

Per alimenti funzionali si intende:

“quei cibi che al di là delle proprietà nutrizionali presentano anche la capacità di influenzare positivamente una o più funzioni fisiologiche, in modo da conservare o migliorare lo stato di salute e di benessere, magari contribuendo anche a ridurre il rischio di insorgenza di quelle malattie correlate ad un certo tipo di alimentazione”

Si possono dividere in varie categorie:

  • Superfruit: frutta
  • Supergrain: grani e cereali.
  • Superfood: alimenti che non rientrano alle precedenti categorie.

Seppur vero che tali prodotti possano offrire svariati benefici per la salute, fin dalla loro scoperta i superfood vengono commercializzati ad un prezzo superiore rispetto a prodotti analoghi e tuttavia, vengono etichettati normalmente.

Nel panorama scientifico le proprietà proprietà salutistiche dei cosiddetti superfood non sono generalmente supportate o contestate da studi scientifici accreditati.

Per tale motivo nel settore della nutrizione-alimentazione si evita di utilizzare il termine superfood in tutte le categorie professionali quali dietisti, dietologi e nutrizionisti, molti dei quali si oppongono alla divulgazione di queste informazioni in quanto considerate potenzialmente fuorvianti.

IL problema è la mancanza di una vera e propria teoria scientifica che abbia apportato una definizione riconosciuta nel mondo scientifico e professionale.

Difatti, il termine è stato creato prettamente per soddisfare delle esigenze di mercato.

Una definizione spesso ricorrente è quella di superfood quale alimento ricco di nutrienti, in grado di apportare importanti benefici per la salute.

Una definizione troppo generica per l’EFSA (Commissione Europea per la Sicurezza Alimentare) che infatti, dal 2007, non permette l’utilizzo di questo termine nella promozione e commercializzazione di un cibo, a meno che i supposti benefici per la salute dovuti al consumo di questo alimento non siano supportati da rigorose prove scientifiche.

Non è però vietato nel mondo dei media e sul web utilizzare il termine superfood, utilizzato per indicare certi alimenti, di cui si decantano i poteri quasi taumaturgici; diverse aziende, attive nel settore, danno quindi diverse definizioni del termine:

  • Un superfood è un alimento di origine vegetale con un alto contenuto di antiossidanti, proteine, omega-3, minerali, fibre o altri nutrienti essenziali dai provati effetti benefici per la salute. (Nativas Naturals)
  • I superfood sono cibi vegetali naturali con contenuti eccezionalmente elevati di nutrienti. (RealFoods)
  • I superfood sono una speciale categoria di cibi naturali a ridotto contenuto calorico e ricchissimi di nutrienti: una fonte eccezionale di antiossidanti e nutrienti essenziali, quelli che noi non siamo in grado di produrre. (Food Matters)
  • I superfood hanno un contenuto elevatissimo di vitamine, minerali e nutrienti essenziali, e sono ben noti per la loro capacità di combattere certe malattie. (Nutrex Hawaii)

Tutte queste definizioni hanno in comune delle caratteristiche:

  • si parla di alimenti di origine vegetale
  • naturalmente ricchi di nutrienti
  • in genere minimamente lavorati.

Sono commercializzati sotto forma di pratiche polveri, capsule o compresse.

Da tale definizione si evince che rispetto agli alimenti convenzionali che appaiono più poveri di nutrienti, i superfood possano sembrare una scelta migliore in termini di un aiuto per sopperire a tali mancanze.

La loro capacità presunta di fornire  nutrienti essenziali e influenzare in maniera positiva le funzioni fisiologiche del nostro organismo, per conservare e migliorare lo stato di salute e in alcuni casi persino prevenire l’insorgenza di alcune malattie, è ciò su cui fa leva il settore commerciale.

Vi è quindi il rischio di creare aspettative esagerate nell’ottica del consumatore e una gran confusione, portandolo a credere che mangiando spesso e in quantità questi supercibi — o peggio ancora assumendoli come integratori — possa davvero proteggersi dalle malattie più diverse.

I SUPERFOOD: QUALI SONO

Una prima lista di superfood viene riportata di seguito.

L’organizzazione olandese per la sicurezza alimentare “Voedingscentrum” ha riportato che, pur non avendo alcuna dimostrazione di qualsivoglia efficacia, gli “health claims marketers” propongono con maggior frequenza i seguenti prodotti:

  • Radice di ginseng (Genere Panax)
  • Guaranà (P. capuana)
  • Bacche di goji (L. barbarum) – che non hanno ancora dato prova di fornire “reali e maggiori” benefici per la salute rispetto ad altri frutti freschi
  • Semi di canapa (C. sativa)
  • Semi di chia (S. hispanica)
  • Wheatgrass o erba di grano (T. aestivum) – generalmente in forma di succo o polvere
  • Frutti di mirtillo rosso palustre (V. macrocarpon) – che non sono particolarmente densi di sostanze nutritive, come invece vorrebbe lasciar credere il titolo di superfood; hanno infatti un contenuto solo moderato e di appena tre nutrienti essenziali: vitamina C (acido ascorbioc), vitamina K e manganese. L’apporto di antiossidanti fenolici invece, è pari o inferiore a quello di altri frutti come ad esempio l’uva nera.
  • Frutto dell’albero del pane, che si consuma generalmente sotto forma di farina e che ha alte proprietà nutrizionali.

La Voedingscentrum sostiene inoltre: “i consumatori che prediligono tali alimenti in grandi quantità e a discapito di altri cibi hanno un rischio elevato di strutturare una dieta alterata di tipo unilaterale”.

Sono prodotti più recenti:

  • Radice di curcuma (C. longa)
  • Fungo reishi (G. lucidum)
  • Papaya fermentata (frutto fermentato della C. papaya)
  • Foglie di trifoglio rosso (T. pratense)
  • Foglie di vite rossa (V. vinifera)
  • Radice di zenzero (Z. officinale)
  • Alga spirulina (A. platensis)
  • Semi di caffè verde crudo (C. arabica oppure C. robusta)
  • Bacche di açaí (E. oleracea)
  • Melagrana – frutti di melograno (P. granatum) – solitamente interi o sotto forma di spremuta
  • Frutti delle specie appartenenti al Genere Hippophae
  • Frutti di noni (M. citrifolia)
  • Semi di mangostano (G. mangostana)
  • Maca o Ginseng delle Ande (L. meyenii)
  • Matcha – che sarebbe un particolare tipo di tè verde
  • Yarsagumba (fungo O. sinensis sulle larve di lepidottero fantasma).

In genere gli health claims — le indicazioni sui supposti effetti positivi del cibo — non vengono mai riferite all’alimento stesso ma vengono sempre riportate rispetto alle vitamine, ai minerali e ai nutrienti presenti, ognuno dei quali, in un qualche tipo di studio, ha mostrato di poter influire positivamente su specifici marcatori, ossia degli indicatori dello stato di salute o malattia del soggetto.

Da notare che man mano che passa il tempo le liste tendono ad allungarsi e ad includere alimenti sempre più rari e, ovviamente, costosi: si parte dai broccoli per arrivare alle bacche di aronia, nuova superstar del variopinto settore.

Una altra lista accreditata è:

  • Broccoli e cavolfiore, poco esotici ma ricchi di sostanze, gli isotiocianati, che in diversi studi hanno mostrato un’apprezzabile attività antitumorale;
  • Cavolo nero e cavolo riccio (kale), ben fornito di vitamine ed antiossidanti, a lungo ritenuto il re dei superfood;
  • Spinaci, una miniera di vitamine e sali minerali, soprattutto ferro: peccato però sia in forma scarsamente assorbibile;
  • Mirtilli, ricchi di antiossidanti, soprattutto antocianine, composti che in vitro e in studi animali hanno mostrato proprietà molto interessanti;
  • Cacao, ricchissimo in flavonoidi, composti antiossidanti molto potenti;
  • Quinoa, uno pseudocereale con un elevato contenuto di proteine, vitamine e minerali;
  • Rape rosse, ricche di vitamine, minerali e betaina;
  • Avocado, unico frutto con abbondante presenza di grassi polinsaturi;
  • Melagrana, altro frutto ricco di antiossidanti;
  • Açaí, bacche provenienti dall’Amazzonia, ricchissime di fibre e antiossidanti e povere di zuccheri;
  • Goji, bacche originarie delle steppe asiatiche, ben fornite di vitamina C e antiossidanti;
  • Semi di chia, originari del Messico, ricchi di antiossidanti e acidi grassi omega-3;
  • Spirulina, alga con alto contenuto di proteine e di un composto simile alla vitamina B12, assente in tutti i vegetali, privo però di reali funzioni fisiologiche;
  • Maca, una pianta delle Ande da cui si ottiene una polvere adattogerna ed afrodisiaca (dicono);
  • Matcha, polvere ottenuta dal tè verde, ricca di antiossidanti e catechine, composti con azione anticancerogena.

Una altra lista ancora che viene proposta è la seguente:

  • Alcuni vegetali come broccoli, cavolo nero e spinaci;
  • Frutta dal grande potere antiossidante come mirtilli, melagrana, bacche di açaí e quelle di goji;
  • Il cacao ricchissimo di flavonoidi;
  • Alcuni tuberi come le rape rosse o la maca, dalla quale si ottiene una polvere dall’azione tonico-adattogena e con presunte capacità afrodisiache;
  • L’alga spirulina o la moringa dall’elevato contenuto di micronutrienti;
  • Il tè verde, come il Matcha, il Gyokuro o il Sencha, che possiede una grande quantità di catechine;
  • La noce di Cocco, in particolar modo l’acqua o l’olio di cocco che si ricava dalla sua polpa;
  • I prodotti delle api, specialmente il miele di Manuka dall’importante azione antimicrobica;
  • Alcuni semi come i semi di chia o di canapa;
  • Radici come lo zenzero e la curcuma;
  • L’erba di grano o l’erba d’orzo;
  • Cereali come l’avena o la quinoa, che contengono importanti sali minerali e una buona quota proteica.

Spessso, nel corso del tempo, in base all’esperto del settore che ne parla, la lista si allunga con l’introduzione di nuovi prodotti, si possono aggiungere alimenti comuni come i pomodori, i peperoni, l’olio di oliva, i ceci e le lenticchie, l’aglio e la cipolla, o prodotti più esotici come i semi di canapa, i funghi reishi e shiitake, edamame e tofu, alghe marine varie, moringa, maqui e addirittura i semi di melone. Senza dimenticare spezie come la curcuma e lo zenzero.

Capita addirittura che alimenti di origine animale possano finire inclusi nella categoria, soprattutto in funzione dell’elevato apporto proteico e della rilevante presenza di acidi grassi omega-3: possiamo così trovare inclusi in alcune liste anche il salmone, le acciughe e le sardine, oppure derivati del latte come il kefir o lo yogurt.

Una lista davvero molto flessibile che si allunga e si estende ad inglobare ogni nuovo prodotto per il quale si possano individuare potenziali benefici per la salute in base al contenuto più o meno elevato di particolari nutrienti e — purtroppo — alle esigenze commerciali del momento, cavalcando o creando mode alimentari che hanno come obiettivo primario la vendita di cibi e integratori e non certo la salute dei consumatori.

Im tutti questi casi, la caratteristica principale dei superfood fa riferimento alle proprietà nutritive elevate, ossia, la presenza di micronutrienti, come vitamine, sali minerali ed in particolare modo la presenza di antiossidanti.

Gli antiossidanti sono molecole in grado di aiutare a ridurre la quantità di radicali liberi dannosi nel corpo.

Un alimento con proprietà antiossidanti, quindi, potrebbe essere d’aiuto per prevenire l’insorgenza di alcune patologie da stress ossidativo.

Nel 1991 l’Istituto Nazionale sull’Invecchiamento e il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) hanno sviluppato uno strumento di valutazione per misurare il potere antiossidante degli alimenti, chiamato ORAC (Oxygen Radical Absorbance Capacity).

Per quanto riguarda il contenuto di nutrienti è importante fare riferimento alla dichiarazione nutrizionale dell’alimento. In base al quantitativo di micronutrienti, come vitamine e minerali presenti al suo interno, quel cibo potrà vantare alcune caratteristiche specifiche.

Quindi, in conclusione, non è l’alimento in sé ad essere “super” ma è ciò che è presente al suo interno a renderlo così.

L’EFSA (Commissione Europea per la Sicurezza Alimentare) è l’organismo incaricato a garantire che le affermazioni sull’etichettatura degli alimenti e sulla pubblicità riguardanti l’alimentazione e la salute, siano significative e accurate, aiutando i consumatori a fare scelte consapevoli.

Per questo motivo è stato stilato il Regolamento (CE) n. 1924/2006 dove sono contenute tutte le norme sulle indicazioni nutrizionali e quelle sulla salute, come l’utilizzo dei claim.

L’obiettivo di queste regole è garantire che qualsiasi indicazione sull’etichettatura, presentazione o pubblicità di un alimento nell’Unione Europea sia chiara, accurata e basata su prove scientifiche.

In conclusione i superfood non devono certo essere intesi come alimenti “miracolosi” e neppure come la panacea di tutti i mali, ma semplicemente rappresentano un valido aiuto per integrare preziosi nutrienti nella propria dieta, che deve sempre essere associata ad uno stile di vita sano e una regolare attività fisica.

EFFICACIA: FUNZIONANO DAVVERO?

Sebbene sia difficile dare una risposta completamente certa, si può affermare che come tanti altri alimenti i superfood hanno un contenuto nutrizionale sicuramente molto buono in termini di salute, ma che non possono essere considerati miracoli o per forza “super”.

Ci’ che spesso ha indotto a soprannominare super i superfood è che appare evidente come dato comune agli alimenti inclusi, l’abbondante presenza di composti antiossidanti che, secondo un’interpretazione molto superficiale del problema, nel nostro  organismo dovrebbero neutralizzare alcune specie reattive che si formano durante i normali processi metabolici: stiamo parlando dei temutissimi radicali liberi, sostanze che possono determinare importanti danni a livello cellulare, portando allo sviluppo di patologie cardiovascolari, diabete e varie forme tumorali.

In realtà nel nostro organismo i radicali liberi sono in equilibrio con una nutrita batteria di antiossidanti endogeni e solo quando questo equilibrio si spezza queste specie reattive possono causare danni.

Altra particolarità che spesso si attribuisce ai superfood sono le qualità di energizzanti e toniche – come nel caso del ginseng e del guaranà – oppure antiossidanti – come nel caso dei superfruit, o la presenza di vitamine e sali minerali, in concentrazioni variabili e tutta una serie di composti che in vari studi hanno mostrato di poter influenzare certi particolari processi: molti fitonutrienti sono in grado di rallentare la crescita e la divisione di cellule tumorali o addirittura possono indurne la apoptosi, la morte cellulare programmata (che, ironia della sorte, dipende da una elevata concentrazione di radicali liberi).

Sebbene sembri tutto molto affascinante, nella maggior parte dei lavori sul tema, sia in vitro, sia in modelli animali ed umani, vengono utilizzati estratti in cui la sostanza studiata è presente in concentrazioni centinaia di volte superiori rispetto a quanto si osserva in natura.

Si tratta ovviamente di concentrazioni che non possiamo raggiungere con una normale alimentazione, a meno che non si intenda consumare quantità folli di un dato alimento.

Piccolo esempio: per consumare la dose di resveratrolo — un potente antiossidante — che nei lavori sul modello animale ha mostrato effetti apprezzabili dovremmo bere circa cinque litri di vino al giorno.

Nella maggioranza dei casi per sostenere le tesi dei superfood ci si affida a studi che atti su colture cellulari, lavori preliminari eseguiti in condizioni molto diverse da quelle che si osservano nell’organismo.

Difatti, non è da sottovalutare il fatto che “in un essere vivente è sempre presente una complessa rete di reazioni e relazioni tra i vari elementi coinvolti che può portare a risultati drasticamente diversi da quelli osservati in un sistema decisamente più semplice, come quello indagato prendendo in considerazione cellule isolate o colture tissutali. Un problema analogo esiste quando gli studi sono stati eseguiti esclusivamente su modelli animali: si tratta di risultati che vanno interpretati con molta cautela a causa delle apprezzabili differenze fisiologiche che esistono tra specie diverse”.[2]

Sebbene sia vero che alcune proprietà siano condivisibili, come il contenuto di amminoacidi essenziali nei nuovi pseudocereali, cereali o legumi – dall’altro esiste molta  disinformazione.

Seppur vero che alcuni alimenti contengano molti antiossidanti non si dovrebbe comunque pensare che possa in qualche modo prevenire l’invecchiamento o lo sviluppo di neoplasie.

La dieta è certamente un fattore determinante ma, studi alla mano, non si è ancora dimostrato che i cibi in questione possano realmente diminuire l’incidenza di patologie neoplastiche.

CONCLUSIONI

Il “European Food Information Council” ha dichiarato che non è corretto rispettare una dieta esclusivamente a base di superfood, in quando l’intero profilo nutrizionale può essere fornito solo per mezzo di una dieta varia ed equilibrata – specialmente ricca di frutta e verdura.

 Secondo il “Cancer Research UK”, il termine superfood è in realtà solo uno strumento di marketing, con poche basi scientifiche a sostegno di qualsivoglia effetto per la salute. Nonostante i superfood vengano spesso commercializzati come forma di “prevenzione o cura” di malattie gravi come il cancro, il “Cancer Research UK” avverte che i superfood non possono sostituire una dieta globalmente sana ed equilibrata.

Catherine Collins, capo dietista del “St George’s Hospital” di Londra, sostiene che il termine andrebbe considerato potenzialmente fuorviante e pericoloso.

In conclusione, “indicare un alimento come rimedio ad ogni male, come fonte di salute e benessere quando lo si mangia in quantità, è profondamente sbagliato e, in molti casi, disonesto; in questo modo si concentra l’attenzione sul consumo di un singolo alimento o gruppo di alimenti – magari escludendone altri, considerati cattivi a priori — e si riduce l’attenzione verso la dieta nel suo complesso.

E ancor meno utile è ingozzarsi di integratori, polveri ed estratti tutti “naturali” che dovrebbero concentrare le virtù di chilogrammi di supercibi in una singola capsula, un’abitudine profondamente diseducativa: spesso chi ne fa un uso intensivo non ha la minima cura verso gli alimenti che consuma e utilizza questi preparati come supporto per supplire a vizi e abitudini sbagliate che non riesce a sconfiggere.

Esistono ovviamente cibi più salutari di altri, così come esiste del cibo spazzatura decisamente problematico quando consumato in quantità.

Il problema reale non è tanto quanti supercibi riuscite a infilare nei vostri pasti, ma la dieta nel suo complesso e lo stile di vita più in generale.

Se il tanto decantato supercibo è inserito nell’ambito di un’alimentazione varia, ricca di frutta e verdura, con un apporto calorico adeguato ai bisogni reali, magari un piccolo contributo al benessere generale potrebbe realmente darlo, anche se magari non così rilevante come promesso sulla confezione.

Se la vostra dieta è monotona, troppo ricca, se fumate o siete sedentari non aspettatevi miracoli: nulla potranno le bacche tutte naturali, che arrivano dal profondo della foresta amazzonica, nei confronti di tante scelte sbagliate.

Per il benessere e la salute non dobbiamo fare affidamento sulla selezione di un ristretto numero di cibi miracolosi: è necessario invece prestare attenzione alla dieta nel suo insieme e al proprio stile di vita in generale, individuare e correggere gli errori più macroscopici, ridurre i fattori di rischio più importanti. Poi, fatto questo, se volete utilizzare più zenzero e curcuma, se andate pazzi per la quinoa, se le bacche di goji e di aronia vi sembrano paradisiache, fate pure. Ricordate però che è lo stile di vita nel suo complesso a fare la differenza e che si tratta di una sfida che si gioca sul lungo periodo: quello di una vita intera”[3]

APPENDICE

LA CONTROVERSIA SUGLI STUDI CLINICI EFFETTUATI PER CARATTERIZZARE I SUPERFOOD

Riportiamo le parole del Nutrizionista Maurizio Tommasini:

“I problemi ci sono anche quando abbiamo a disposizione studi su umani, anzi divengono probabilmente maggiori. È necessario capire di che tipo di studi si tratta: di studi osservazionali, in cui si indagano gli effetti di diverse diete su diversi gruppi di persone, o di studi di intervento, nei quali viene modificata la dieta dei soggetti coinvolti per valutare l’effetto di specifici alimenti? Inoltre qual è il numero dei soggetti studiati? Si tratta di soggetti sani o di popolazioni particolari, magari affette da specifiche patologie? Qual è la durata dello studio? E quali i marcatori presi in considerazione?

Prendiamo in esame uno studio in cui a sedici soggetti sovrappeso sono stati fatti consumare duecento grammi al giorno di una miracolosa bacca ricca di antiossidanti: un protocollo di studio tipico per un tipico superfood. Dopo trenta giorni si registra una diminuzione statisticamente significativa di alcuni marcatori utilizzati come indice di rischi per malattie metaboliche e cardiovascolari. La conclusione è che il supercibo in esame è davvero utile nella prevenzione delle patologie indagate. Se però consideriamo con più attenzione natura e risultati del lavoro vediamo che si tratta di uno studio su una popolazione particolare, individui sovrappeso, con un numero limitato di soggetti e quindi un valore statistico suscettibile di forti distorsioni  proprio a causa del campione ridotto. Inoltre lo studio ha una durata limitata e molto spesso certi effetti che si osservano nella prima fase di un lavoro tendono a scomparire nel tempo. Infine, ciliegina sulla torta lo studio prevede il consumo di una quantità enorme dell’alimento, 200 grammi ogni giorno per un mese: a parte la difficoltà e il costo per mantenere nel tempo consumi tanto elevati, dobbiamo chiederci anche se l’effetto  positivo sui marcatori indagati non sia accompagnato da effetti negativi su altri parametri che non sono stati considerati, o se un consumo prolungato nel tempo dell’alimento non possa creare, a lungo andare, problemi peggiori di quelli che dovrebbe risolvere.

Nella promozione e nel marketing di certi cibi non si va tanto per il sottile: si cerca nella vasta e costante produzione della letteratura scientifica e si scelgono quegli studi che confermano la nostra tesi iniziale. Se il nostro alimento è ricco di vitamina K non sarà certo difficile trovare lavori che mostrino come un certo consumo giornaliero di vitamina K possa avere un qualche effetto positivo, magari utilizzando in maniera impropria lavori preliminari che richiederebbero robuste conferme tramite studi clinici o studi randomizzati in doppio cieco.

L’ultima considerazione riguarda l’apporto che il consumo del superfood di turno può dare in condizioni reali. Le bacche di goji sono tra i supercibi più gettonati e se ne decanta il rilevante contenuto di potassio, ferro, vitamina B2 e antiossidanti. In realtà una porzione di queste bacche, una trentina di grammi,  contiene appena il 7% della Dose Giornaliera Consigliata  di potassio, il 14% di quella di ferro e il 21% di B2. Non si tratta certo di valori stratosferici e il semplice consumo di un poco di banale verdura e frutta delle nostre parti assicura un apporto paragonabile, se non superiore, a parità di calorie consumate. Inoltre soltanto una piccola parte del ferro e gli antiossidanti presenti sono assorbiti: la maggior parte di queste sostanze viene eliminata o metabolizzata molto rapidamente nel nostro organismo, senza mai arrivare a svolgere la funzione specifica che tanti studi avrebbero evidenziato.

In definitiva le variabili sono tante e separare le esagerazioni del marketing da quanto ci dicono i dati reali non sempre è facile ma è operazione necessaria, buona e giusta, per poter mettere nella corretta prospettiva vantaggi e svantaggi che il consumo preferenziale di certi superfood può comportare”.

STORIA DEL SUPERFOOD[4]

Storia dei superfood

Il termine venne usato per la prima volta nel 1949 in un giornale canadese, nel quale si descrivevano alcune presunte qualità nutrizionali di un muffin.

Alla fine del XX e all’inizio del XXI secolo, il termine “superfood” era già usato come strumento di vendita per il commercio di alimenti specifici, integratori alimentari, cibi con additivi selezionati e testi di autoaiuto sulla terapia nutrizionale.

Nel 2004, in maniera del tutto libera, venne coniato il termine “superfruit”, una designazione basata esclusivamente su una strategia di marketing.

Del 2007, in Unione Europea (UE), se non sostenuto da ricerche scientifiche accreditate e riconosciute, è stato proibito il commercio di superfood accompagnati da “Healt Claims” (indicazioni su eventuali effetti benefici / terapeutici per la salute).

Economia[5]

Industria dei superfood

Nel 2007 si prevedeva che, entro il 2011, grazie all’avvento di migliaia di nuovi superfruit, quella dei superfood diventasse un’industria globale da miliardi di dollari. Secondo “Datamonitor”, tra il 2007 e il 2008, il lancio di prodotti è cresciuto del 67%, ma ha poi subito una significativa diminuzione a partire dal 2011, quando la vendita di prodotti alimentari e non alimentari a base melograno, açaí o goji sono diminuite del 56 % (2011-2012 vs 2009-2010).

Più di una dozzina di studi su cibi e bevande funzionali hanno fatto riferimento a varie specie esotiche di superfruit che, nel 2007-2008, hanno visto l’introduzione di oltre 10.000 nuovi prodotti. Frutti relativamente rari, provenienti dall’Oceania (noni), dalla Cina (goji, seabuckthorn / Genere Hippophae), dal sud-est asiatico (mangostano) o dal Sud America tropicale (açaí), sconosciuti ai consumatori americani, sono stati tra i primi superfruit di successo (dal 2005 al 2010); la loro popolarità è tuttavia diminuita tra il 2010 e il 2013. Nello stesso periodo, l’unico prodotto ad aver mantenuto lo stesso livello di consumo è stato il melograno.

La società “Tahitian Noni” ha iniziato a vendere succo di noni nel 1996 guadagnando miliardi di dollari nei primi 10 anni. Alcuni rapporti hanno mostrato che i prodotti a base di melograno – come succo di melograno e spremuta di melograno – sono cresciuti di quasi il 400 % nel periodo 2005-2007, superando i 6 anni precedenti. Analogamente, le vendite di “XanGo”, un succo di frutta multiplo contenente anche mangostano, è cresciuto da 40 milioni di dollari nel 2002 a $ 200 milioni nel 2005.

Nel 2005 sono stati introdotti ben cinquemila nuovi prodotti solamente nella categoria dei frutti di bosco. Il gruppo superfruit è rientrato nella “top 10” delle tendenze globali per l’anno 2008. Al 2013, tuttavia, la crescita del settore è rallentata, con un numero calante di novità. Dal 2011 al 2015, il numero di prodotti alimentari o bevande contenenti le parole “superfood”, “superfruit” o “supergrain” è comunque raddoppiato.

 

[1] Mypersonaltrainer

www.mauriziotommasini.it

www.naturalebio.com

[2] www.mauriziotommasini.it Maurizio Tommasini, Biologo Nutrizionista, si occupa di alimentazione, dieta e attività fisica, con servizio di consulenza diretta nei propri studi. Ha particolare esperienza con diete chetogeniche, dieta FODMAP e alimentazione per lo sport. Svolge da anni attività di divulgazione su temi legati a nutrizione, salute e benessere, sul web e altri media.

[3] www.mauriziotommasini.it

[4] Mypersonaltrainer

[5] Mypersonaltrainer

Pin It