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Forse non a tutti sarà capitato di poter campeggiare di notte nel bosco.

Certamente molti di voi avranno fatto esperienza di trekking, ma passare la notte in tenda accanto al fuoco è certamente una di quelle esperienze da raccontare nella vita.

A me è capitato diverse volte nel corso della mia esistenza, sia in Italia, sia all’estero e oggi vorrei provare a condividere una riflessione.

Il contatto con la natura è qualcosa che non ha prezzo ed è insostituibile, non a caso, le migliori idee e in generale i momenti più profondi si apprezzano quando si viene a contatto con gli elementi naturali.

Questa sensazione di “illuminazione” deriva dal fatto che il contatto con la natura ci riconnette con glie elementi essenziali, ci spoglia della maschera costruita di convinzioni, attaccamenti, istruzione, cultura e ogni altra costruzione “umana” ricollegando il nostro IO interiore alla parte più ancestrale, naturale, primordiale del nostro essere: la parte naturale, animale, che ci lega alla Madre Terra e alla Natura in generale e che ci permette di ritornare al principio, alla parte più istintiva e più semplice di noi stessi, liberandoci così da costruzioni e permettendo alla mente di fluire e raggiungere dei momenti illuminati.

Il fuoco, è un elemento molto potente e il suo potere rigenerante ed energizzante è matrice di molte credenze, riti e conoscenze di numerose popolazioni nel mondo e i riti intorno al fuoco si tramandano da generazioni e trovano ancora oggi un riscontro nel moderno con continuità.

In particolare, la magia del fuoco è una magia che io amo definire purificatrice in quanto permette attraverso la sua energia di ripulire il nostro spirito.

Questo perché, la sua potenza non risiede solo nella capacità di distruzione della materia che fisicamente è visibile quando un elemento brucia e si disintegra, ma risiede anche nel potere di distruzione delle negatività insite in ognuno di noi a livello energetico-spirituale. Se pensiamo ai pensieri negativi come a delle foglie, il fuoco con la sua energia le distrugge piano piano nutrendosi della loro materia.

Con questa metafora, volevo riportare il concetto che una serata intorno al fuoco, ovunque ci troviamo (sia al mare, sia in montagna) ha avuto per me e come per molti altri, un risvolto terapeutico, e un effetto purificatore sullo spirito, poiché mi ha permesso di purificare il mio campo energetico dalle negatività bruciando i pensieri, le ansie e lo stress come fossero ciocchi di legno arsi dal fuoco.

Con i suoi 300 milioni di praticanti è una delle religioni più antiche e diffuse sul globo.

Non solo una religione, ma anche una filosofia, un sistema di pensiero, una dottrina di vita.

Si fonda sui principi di non attaccamento ai beni materiali, altruismo, la compassione, la pace interiore seguendo gli insegnamenti del Buddha al fine di percorrere la via dell’illuminazione.

Può essere definito secondo diversi punti di vista e in tutti risiede il concetto di triade tra religione, filosofia e sistema di pensiero declinati come concetto di una religione filosofica di pensiero.

La sua peculiarità risiede nella versatilità: si adatta perfettamente alle diverse popolazioni e culture che la praticano e con le quali è entrato in contatto.

Le molte scuole di pensiero che sono presenti al giorno d’oggi e che rappresentano il filone di seguaci si rifanno tutte agli insegnamenti trasmessi per via orale dal Buddha Sakyamuni, lo storico Buddha vissuto circa 2500 anni fa.

Il termine Buddhismo è poco usato in Oriente, dove si predilige il termine Buddhadharma, dove per dharma si intendono la dottrina insegnata dal Buddha e la Via che porta all’illuminazione.

Credit to: https://www.ohga.it/il-buddhismo

Questa disciplina di cui tanto si parla recentemente, è davvero profonda, perché permette di auto regolamentare il proprio equilibrio psico-fisico in maniera autonoma e consapevole.

L’approccio mindfulness è “E’ un atto che parte dall’attenzione e dal modo in cui la usiamo ed è talmente semplice che questa stessa semplicità ne rappresenta la vera difficoltà. Noi facciamo molta fatica ad essere semplici. Da un lato, una capacità progressiva di maggiore presenza al qui e ora ci apre a esperienze inaspettate, alla ricchezza del momento presente, alla pienezza del vivere. Dall’altro, la pienezza dell’esperienza comprende necessariamente anche il suo lato “negativo”: il disagio, la sofferenza, il dolore. E qui si gioca uno degli aspetti più interessanti di questo approccio che ci chiede e ci insegna a non respingere e a non negare questa dimensione ma a farne motivo di crescita e persino di creatività. Questo è l’aspetto cui si riferisce la parola “accettazione/accoglienza”

Questo approccio accetta e non denigra il dolore e rende la disciplina per questo molto interessante e controcorrente in quanto accetta ed elabora l’aspetto negativo della vita senza respingerlo entrando in relazione più diretta col il disagio e la sofferenza, imparando a rivolgere piena attenzione al disagio, a tutto ciò che ci disturba, al dare spazio a ciò che non vorremmo, alla sofferenza e al dolore. “In questo senso è un lavoro “contro natura”, un andare “controcorrente”, perchè la tendenza automatica, istintiva che abbiamo è fare esattamente l’opposto. Ma se lo sperimentiamo, allora possiamo scoprire che in questa “mossa” apparentemente incomprensibile troviamo una possibilità sorprendente di fare spazio, di lasciar essere e quindi di essere meno condizionati, meno oppressi anche dalle condizioni che ci portano disagio. E, paradossalmente, facendo questo ci mettiamo nelle migliori condizioni possibili per trovare, quando ci sono, le vie e i modi più efficaci per gestire o risolvere le cause di sofferenza. A volte anche attingendo a intuizioni creative”.

Credit to: https://mindfulnessitalia.

Da molti anni questa disciplina è protagonista indiscussa di molti ambiti della psicologia, psicoterapia e filosofia.

Definiamola: “una parola inglese che vuol dire consapevolezza ma in un senso particolare. Non è facile descriverlo a parole perché si riferisce prima di tutto a un’esperienza diretta. Tra le possibili descrizioni è diventata “classica” quella di Jon Kabat-Zinn, uno dei pionieri di questo approccio. “Mindfulness significa prestare attenzione, ma in un modo particolare: a) con intenzione, b) al momento presente, c) in modo non giudicante”. Si può descriverla anche come di un modo per coltivare una più piena presenza all’esperienza del momento, al qui e ora”.

Spesso viene associata alla meditazione proprio perché si basa sulla meditazione consapevole (principale tradizione ereditata dal Buddhismo classico) e può essere definita “un livello introduttivo, iniziale di pratica di meditazione che sia adeguato e adatto a contesti quotidiani, all’esperienza di vita normale che sperimentiamo tutti i giorni. In sintesi un approccio che possa aiutarci a metterci in una diversa relazione col disagio, che prima o dopo, in un modo o nell’altro, tutti sperimentiamo”.

Non corrisponde tuttavia ad una tecnica di rilassamento, spesso scambiata per questo tipo di pratica in realtà non lo è poiché non è né un trance né un modo per “svuotare la mente e raggiungere il vuoto”. Non consente inoltre di essere un facile metodo di facile raggiungimento del benessere psico fisico né tantomeno una sorta di “spa emozionale”.

Erroneamente viene associata ad una sorta di “buonismo psicologico che ci permette di accettare tutto, accogliere acriticamente quello che ci accade, ad essere passivi nel nome dell’accettazione”.

 

Credit to: https://mindfulnessitalia.it

 

 

 

La PNL, (programmazione Neuro Linguistica) è una disciplina mentale che è stata oggetto di molti studi, corsi, seminati negli ultimi 30 anni proprio per gli effetti benefici e molto evidenti che ha portato in coloro che la avevano approcciata. Può essere spiegata secondo questo schema che riportiamo dall’articolo di Pnlpedia:

Modellamento: Modellare è un processo volto a identificare le strategie comportamentali utilizzate da una persona per erogare uno specifico comportamento ritenuto eccellente per poterlo replicare.Queste strategie comportamentali includono le strategie (sequenza specifica di rappresentazioni interne ed esterne che guida ad un risultato specifico), le convinzioni, i valori e la fisiologia. In altre parole modellare è il processo d’identificazione della differenza che fa la differenza tra una performance di successo e una mediocre. Durante questo processo, il modellatore codifica le strategie comportamentali essenziali in una serie di step, in questo modo ne permette la ripetizione. A questo punto il modellatore testa la strategia comportamentale “implementandola” su se stesso o sugli altri e ne verifica la validità. Nel caso in cui la strategia comportamentale porta allo stesso risultato, ossia alla performance eccellente, il modellamento è stato svolto con successo. Il modellatore può quindi disegnare un corso di formazione sulla strategia comportamentale e insegnarla agli altri o, addirittura, formare altri formatori che la insegneranno agli altri.

L’esempio di Milton H. Erickson: questo lavoro di modellamento è stato svolto dai Meta Kids su numerosi terapisti, uno fra tutti Milton H. Erickson.

 I Meta Kids hanno passato almeno 6 settimane con Milton H. Erickson intervistandolo, seguendolo durante le sessioni di terapia, leggendo la trascrizione o guardando le registrazioni delle sue sessioni di terapia.

L’obiettivo di questa fase era quello d’identificare come Milton H. Erickson:

  • utilizzava il suo linguaggio verbale, para verbale e non verbale;
  • le sue convinzioni: ciò che credeva essere assolutamente vero relativamente a se stesso, gli altri e l’universo;
  • i suoi valori: ciò che egli riteneva importante;
  • le strategie: la sequenza di immagini, suoni e sensazioni interne ed esterne che guidavano il terapista ad ottenere le sue performance di successo.

Durante il modellamento hanno per esempio notato che Milton H. Erickson per creare la trance utilizzava delle frasi (pattern) specifiche.

Esempi di questi frasi utilizzate da Milton H. Erickson includono:

  • “rilassarsi è importante”;
  • “il rilassamento può iniziare ora o tra un istante”.

I Meta Kids hanno identificato un quasi un centinaio di pattern utilizzati da Milton H. Erickson, alcuni dei quali sono stati scartati perché ritenuti superflui. Altri pattern invece sono stati trascritti in quello che oggi si chiama il Milton Model, una tecnica di comunicazione che viene generalmente insegnata in un corso PNL Practitioner. Questo modello serve a creare la trance nel cliente e a suggestionarlo. Purtroppo questo aspetto del modellamento è oggigiorno andato un po’ in secondo piano. Di conseguenza lo sviluppo di nuovi pattern dell’eccellenza è rallentato rispetto agli anni di pieno sviluppo della programmazione neuro linguistica.

La PNL è applicare le strategie che sono state modellate

Oggigiorno il concetto di PNL, quello che è sulla lingua della maggior parte delle persone, si è spostato dal modellamento, all’applicare le strategie che sono state modellate. Richard Bandler relativamente a questo aspetto sostiene che:

La PNL è un’attitudine e una metodologia, non la scia di tecniche che si lascia alle spalle.

Richard Bandler fa quindi ancora riferimento al modellamento (metodologia) e all’attitudine. Per attitudine si riferisce ai presupposti della PNL. Tra queste persone troviamo ancora lo stesso Richard Bandler e Robert Dilts.La maggior parte delle persone che modellano, sono generalmente i partecipanti ai corsi PNL Master Practitioner. In alcuni di questi corsi infatti, l’esame per ottenere la certificazione è un progetto di modellamento di un comportamento eccellente. Al giorno d’oggi quindi, la PNL è per lo più l’applicare i pattern e i modelli che sono stati modellati o creati nel tempo.

Questi pattern e modelli sono fra le altre cose applicati:

  • su se stessi per migliorare le proprie performance e raggiungere gli obiettivi;
  • nel coaching e nella terapia, per supportare il proprio cliente;
  • nella gestione della salute;
  • nella comunicazione con gli altri per creare migliori relazioni;
  • nella formazione, per facilitare l’apprendimento;
  • nella vendita e nel marketing con uno scopo persuasivo.

PNL (Programmazione Neuro Linguistica): che cos’è?

“La programmazione neuro linguistica è:

  • lo studio della struttura dell’esperienza soggettiva;
  • lo studio dell’eccellenza umana;
  • una tecnologia che studia come le persone organizzano il loro modo di pensare, le loro emozioni, il loro linguaggio e i loro comportamenti per ottenere i risultati che ottengono;
  • una tecnologia per modellare le differenze che fanno la differenza tra i risultati ottenuti da una persona comune e quelli ottenuti dai geni in quell’attività”.

Secondo il suo Ideatore, Richard Bandler, che negli anni ’70 ha ideato il termine e la disciplina la definisce così all’interno dell’Oxford English Dictionary:

  • “La PNL è un modello di comunicazione interpersonale focalizzato primariamente sulla relazione tra schemi di comportamento di successo e la struttura dell’esperienza soggettiva che li genera;
  • La PNL è una terapia alternativa che si pone l’obiettivo di educare le persone alla conoscenza di sé, alla comunicazione efficace, al cambiamento degli schemi mentali e dei comportamenti emotivi”.

Nei prossimi articoli chiariremo meglio i concetti e ne spiegheremo le diverse sfaccettature.

  Credit to: https://pnlpedia.com/

 

 

 

Lo yoga ormai da anni è riconosciuto come una delle migliori discipline per il benessere psico-fisico. Un ottimo esercizio e disciplina per l’equilibrio di corpo-mente e spirito, ancor di più, può essere un vero toccasana per le donne in dolce attesa che hanno bisogno, in un periodo così delicato, di uno strumento per riequilibrare il proprio sistema corpo-spirito in grande trasformazione ed evoluzione e per affrontare il periodo della gravidanza con maggiore consapevolezza, energia e serenità.

Numerosi studi hanno portato alla lucei benefici dello yoga prenatale ed stato evidenziato come la pratica sia possibile in tutti i trimestri della gravidanza sempre rispettando ed ascoltando le esigenze per proprio corpo.

Di seguito riportiamo alcune dei maggiori benefici che si ottengono dalla pratica prenatale:

  • Mal di schiena: classico disturbo della gravidanza per via del maggiore peso del pancione sulla colonna vertebrale, viene notevolmente sanato dai movimenti di allungamento che aiutano la postura e allievano il dolore donando un rilassamento immediato alla zona lombare eliminando così l’uso di alcun farmaco.
  • Sollievo per l’umore: con i cambianti umorali, ormonali, gli sbalzi di equilibrio e le nausee, stanchezza ed ansie, lo yoga concede sollievo e serenità in questa fase delicata. Bisogna solamente evitare posizione di equilibrio estreme e salti che potrebbero dare fastidio all’embrione ancora in fase di assestamento.
  • Contatto con il bambino: sono tanti i vantaggi che lo yoga offre in termini di controllo, consapevolezza e in primis conoscenza del nostro corpo. Attraverso la pratica di rilassamento la futura mamma riesce ad ascoltare meglio il proprio corpo ed entrare in contatto con il proprio bambino.
  • Circolazione: l’esercizio fisico quotidiano aiuta e migliora la circolazione sanguigna e linfatica che conferisce meno gonfiore e pesantezza alle gambe.
  • Sonno: migliora la condizione del sonno e del riposo notturno grazie agli esercizi di respirazione che grazie alle respirazioni ampie e profonde riesce ad attivare il sistema parasimpatico che regola pressione e battito cardiaco favorendo la digestione e il riposo notturno.
  • Ottima preparazione per il parto: praticando le diverse asana il feto si abitua a muoversi e questo facilita il suo posizionamento corretto nell’utero in posizione di uscita al momento della nascita. Inoltre, molte posizioni yoga sono confortevoli per il parto.
  • Respirazione: la tecnica di respirazione è molto utile per calmare la mente in tutte le fasi della gravidanza. Respirazione Ujjayi, la respirazione toracica fatta durante la pratica è utilissima per alleviare i dolori del parto in modo naturale e assicura un regolare apporto di ossigeno al bambino.
  • Ansia e stress: in caso di paura o dolore il corpo produce adrenalina che provoca la contemporanea riduzione di ossitocina (l’ormone che contribuisce a far progredire il travaglio verso il parto) nel sangue. La pratica del pranayama (respirazione yogica) ha potere di calmare il corpo e la mente, riducendo i fattori che portano il corpo a produrre adrenalina e aiutando le future mamme durante i difficili momenti del parto.
  • Rafforza corpo e dona energia: la pratica rafforza il corpo della futura mamma sia per affrontare il parto e la gravidanza, sia per affrontare i futuri momenti con il bambino e regala una forza interiore.
  • Aiuta il post parto: tutti i benefici che abbiamo elencato valgono non solo per le future mamme ma anche per le neo mamme! Dunque, non smettere dopo la nascita del bebè è FONDAMENTALE per ridurre ansia post partum e depressione.

Credit to: https://www.philips.it

In questo articolo riportiamo un report del WWF molto interessante.

Molte specie stanno reagendo al cambiamento: alcuni uccelli migratori stanno ca“Fino a pochi anni fa erano i modelli matematici a prevedere che il clima del Pianeta stava cambiando e alcuni governi e pochissimi esponenti del mondo scientifico mostrava scetticismo. Oggi siamo di fronte a fenomeni climatici sempre più estremi, frequenti e devastanti. mbiando le date di arrivo e di partenza anno dopo anno, le fioriture stanno anticipando, le specie montane si spingono, finché possono, in alta quota.

Ormai nessuno ha più dubbi sul fatto che siano in atto importanti mutazioni nel clima del Pianeta e sulla nostra responsabilità.

Gli ultimi cinque anni sono stati i più caldi della storia e anche il decennio 2010-2019, è stato il più caldo da quando esistono registrazioni attendibili e regolari della temperatura. Dagli anni Ottanta, ogni decennio successivo è stato più caldo di tutti i precedenti tornando indietro fino al 1850.

Le misurazioni strumentali, la frequenza e la violenza di eventi climatici che stiamo osservando, i cambiamenti nei comportamenti, nelle abitudini migratorie e riproduttive di molte specie animali e vegetali lasciano poco spazio a interpretazioni: la crisi climatica è ormai un dato di fatto.

La comunità scientifica è ormai unanime nell’indicare le attività umane quali responsabili della crisi climatica, in particolare a causa dell’aumento dei gas serra immessi nell’atmosfera. La concentrazione di gas serra nell’atmosfera ha raggiunto livelli record: l’anidride carbonica è aumentata del 147%, il metano del 259% e il protossido di azoto del 123% rispetto ai livelli preindustriali.

La CO2 in atmosfera viene attualmente stimata, in media, in 413 parti per milione, una concentrazione che non si registrava da almeno 650 mila anni, ma probabilmente da molto prima.

Questi cambiamenti rendono sempre più frequenti fenomeni di inondazioni, siccità, dissesto idrogeologico, diffusione di malattie, crisi dei sistemi agricoli, crisi idrica e estinzione di specie. Non possiamo più attendere, dobbiamo invertire la rotta”.

Credit to: https://www.wwf.it/cosa-facciamo/clima/cambiamenti-climatici

 

Gli allevamenti intensivi sono tra i maggiori distruttori del Pianeta perché producono quantità enormi di gas serra, che sappiamo tutti quanto siano nocivi per il pianeta.

E se sappiamo che tutto ciò che mangiamo ha un impatto ambientale, possiamo capire come il consumo di carne, pesce, uova e latticini sia un processo DEVASTANTE PER L’AMBIENTE.

Di seguito riporto alcune info significative riprese da un articolo dell’associazione Animal Equality:

“Le attività agricole rappresentano il 24% di tutte le emissioni di gas serra ogni anno. Di queste, l’80% è dovuto direttamente o indirettamente ad attività zootecniche, ossia quelle attività che potremmo tranquillamente chiamare allevamenti. Vuol dire che la maggior parte delle emissioni legate alla nostra alimentazione dipendono dalla nostra personale scelta di rinunciare o meno a carne e altri prodotti animali.  Spesso ci dimentichiamo di come i piccoli cambiamenti collettivi alle nostre routine possano avere effetti di vasta portata.

È stato calcolato che se solo la popolazione degli Stati Uniti decidesse di rinunciare a carne e derivati per un solo giorno alla settimana, in un anno, risparmieremmo alla nostra atmosfera l’inquinamento prodotto da 7.6 milioni di automobili. Benché nel dibattito sui gas serra il monossido di carbonio catalizzi sempre tutta l’attenzione, esso rappresenta solo il 9% delle emissioni del settore agricolo. Il metano (CH4), è un gas serra 25 volte più pericoloso, occupa una fetta che va dal 35% a 45% mentre l’ossido nitroso (N2O), 300 volte più pericoloso, oscilla ogni anno fra il 45% ed il 55%.

Cosa c’entra il metano con gli allevamenti?

I ruminanti (bovini e ovini) producono metano come effetto secondario dei propri processi digestivi e lo rilasciano in atmosfera proprio con questi processi digestivi o con le esalazioni derivanti dal loro letame in decomposizione. Se considerate che solo gli animali allevati negli Stati Uniti producono 500 milioni di tonnellate di letame ogni anno, ossia 3 volte la quantità di rifiuti prodotti dalla popolazione statunitense nello stesso arco di tempo, inizierete a farvi un’idea di cosa significhi per l’ambiente il nostro insaziabile appetito per la carne.

Facciamo presente che stiamo parlando di un unico gas nocivo e solamente del suo effetto in atmosfera. Ma il letame che si decompone, parlando di quantità così grosse, va a contaminare anche la nostra falda acquifera.

E poi esistono anche altre sostanze, come ad esempio il protossido di azoto.

Cosa c’entra il protossido di azoto con gli allevamenti?

Il protossido di azoto è anch’esso un prodotto secondario della decomposizione del letame dei ruminanti, ma viene immesso in atmosfera in quantità maggiore con la produzione e l’applicazione di fertilizzanti azotati, così come durante il deterioramento di un terreno ricco di carbonio, appena disboscato per creare spazio ad uso agricolo.

Continuiamo con l’esempio statunitense per farci un’idea: 60 milioni di ettari di terre coltivate, 167 milioni di kg di pesticidi e 19 miliardi di euro vengono spesi ogni anno per nutrire la popolazione di ruminanti negli allevamenti.

Cosa c’entrano gli allevamenti con il disboscamento?

Secondo la FAO, gli allevamenti equivalgono al 26% di tutte terre emerse, ghiacciai inclusi. A questo dato possiamo aggiungere che l’area totale dei terreni in cui si coltiva il cibo per gli allevamenti equivale al33% di tutta la terra arabile del pianeta. Sempre secondo la FAO l’allevamento occupa il 70% di tutti i terreni agricoli presenti nel mondo ed il 30% della superficie del pianeta, in crescita. Si calcola che tra il gennaio e l’agosto del 2019 5,950 chilometri quadrati di foresta pluviale sono stati bruciati per fare spazio a terreni adibiti alla coltivazione di soia o al pascolo di bovini.

Degli oltre 200 milioni di tonnellate di soia prodotti in Brasile, solamente il 6% è destinato al consumo umano, il 3% al combustibile biodiesel, il restante 91% è destinato a mangimi e farine destinate al consumo animale. Non è solo la produzione di soia la colpevole della deforestazione: il Brasile, infatti, è anche il primo esportatore di carne bovina al mondo e anche in questo caso la domanda continua a crescere. Per allevare bovini destinati all’industria della carne è necessario fare spazio, ed ecco perché gli allevatori bruciano parti di foresta da destinare a terreni da pascolo per gli animali.

A questo punto, probabilmente starai iniziando a realizzare come tutte quelle costine, quegli hamburger o quei formaggi che finiscono ogni giorno nei nostri piatti non facciano poi così bene all’ambiente.

Non serve prendersela con gli allevamenti, con i macelli, i supermercati o i ristoranti; le attività commerciali, infatti, rispondono ad una domanda. E quella domanda… la crea chi acquista prodotti animali. Dal 1971 al 2010, a fronte di una crescita della popolazione globale del 81%, la produzione di carne mondiale è triplicata raggiungendo una cifra di circa 670 miliardi di euro.

Quindi, quali alimenti sono più dannosi per l’ambiente?

Esiste un’analisi dettagliata della Carbon Footprint totale delle fonti di proteine più comunemente diffuse, siano esse carne, formaggi o vegetali.

Per Carbon Footprint si intende l’emissione di gas nocivi attribuibile ad un prodotto, un’organizzazione o un individuo e serve a misurare l’impatto che tali emissioni hanno sui cambiamenti climatici legati all’attività dell’uomo.

Secondo questa lista, agnello, manzo e formaggio occupano in questo ordine le tre posizioni più inquinanti. La lista procede poi includendo carne di maiale, salmone d’allevamento, tacchino, pollo, tonno in scatola, uova per poi terminare con patate, riso, burro di arachidi, noci, broccoli, tofu, fagioli secchi e le lenticchie.

È una lista che ingloba tutti i momenti della vita del cibo, trasporti inclusi. Secondo questa analisi ogni kg di cibo consumato produce circa 86.4 kg di CO2 se si tratta di carne di agnello, 59.6 kg se si tratta di manzo, 29.7 kg se si tratta di formaggio. I broccoli generano circa 1.9 kg di CO2 contro le lenticchie che ne producono solo 0.89. Va inoltre notato che per le fonti vegetali, la maggior parte delle emissioni nocive è legata al trasporto, alla cottura ed allo smaltimento dei rifiuti.

E l’impatto sulla salute?

L’impatto ambientale ha già di per sé effetti sulla nostra salute. E questo anche se siamo lontani centinaia di km dalle fonti di inquinamento: acque ed aria non conoscono confini, il problema ormai è globale.

Ma se l’impatto ambientale delle nostre diete non fosse sufficiente a farci ripensare le nostre routine alimentari, forse potrebbe farcela l’impatto del cibo sulla nostra salute.

L’Istituto Nazionale per il Cancro statunitense ha studiato ben 500.000 cittadini americani nel 2009 ed è arrivato a conclusioni pesanti: nella parte di questo campione che si è cibata maggiormente di carne rossa si riscontra un +20% di probabilità di morte per cancro e +27% per infarto.

Per le donne, i risultati sono ancora meno confortanti: fra le consumatrici di alte quantità di carne rossa, il rischio di morte per malattie cardiovascolari è più alto del 50%”.

Credit to: https://animalequality.it/blog

Il Bosco Verticale di Milano è forse uno degli esempi di eccezionale commistione tra tecnologia e architettura eco sostenibile. Si trova a Milano, su ideazione dello Studio Boeri. Costruito dal 2007- 2014.

“Il Bosco Verticale è l’edificio-prototipo di una nuova architettura della biodiversità, che pone al centro non più solo l’uomo, ma il rapporto tra l’uomo e altre specie viventi. Il primo caso costruito, a Milano nell’area Porta Nuova, è formato da due torri alte 80 e 112 m, che ospitano nel complesso 800 alberi (480 alberi di prima e seconda grandezza, 300 dalle dimensioni più ridotte, 15.000 piante perenni e/o tappezzanti e 5.000 arbusti. Una vegetazione equivalente a quella di 30.000 mq di bosco e sottobosco, concentrata su 3.000 mq di superficie urbana. Il progetto è così anche un dispositivo per limitare lo sprawl delle città indotto dalla ricerca del verde (ogni torre equivale a circa 50.000 mq di case unifamiliari). Al contrario delle facciate “minerali” in vetro o pietra, lo schermo vegetale del Bosco non riflette né amplifica i raggi solari, ma li filtra, generando un accogliente microclima interno senza effetti dannosi sull’ambiente. Nello stesso tempo, la cortina verde “regola” l’umidità, produce ossigeno e assorbe CO2 e polveri sottili.

Il concept del Bosco Verticale, l’essere cioè “una casa per alberi che ospita anche umani e volatili”, definisce non solo le caratteristiche urbanistiche e tecnologiche ma anche il linguaggio architettonico e le qualità espressive del progetto. Sul piano formale, le torri sono infatti caratterizzate principalmente dai grandi balconi tra loro sfalsati e a forte sbalzo (circa tre metri), funzionali a ospitare le grandi vasche perimetrali per la vegetazione e a permettere la crescita senza ostacoli degli alberi di taglia maggiore, anche lungo tre piani dell’edificio. Nello stesso tempo, la finitura in gres porcellanato delle facciate riprende il colore bruno tipico della corteccia, evocando l’immagine di una coppia di giganteschi alberi da abitare, ricca di implicazioni letterarie e simboliche. Il contrasto con una serie di elementi in gres bianchi – i marcapiani dei balconi e alcuni moduli sul fronte dei davanzali – introduce un ritmo sincopato nella composizione, che spezza e “smaterializza” la compattezza visiva dei corpi architettonici, amplificando, ancor di più, la presenza vegetale. Più che come superfici, le facciate possono essere osservate come spazi tridimensionali: non solo per lo spessore e la funzione della cortina verde, ma anche sul piano estetico-temporale, in ragione della ciclica mutazione policromatica e morfologica nei volumi delle piante.

Nelle varie stagioni, le variazioni nel colore e nelle forme della struttura vegetale generano un grande landmark cangiante, fortemente riconoscibile anche a distanza: caratteristica che ha generato in pochi anni l’immagine del Bosco Verticale come nuovo simbolo di Milano. Questo principio di variazione agisce anche in relazione ai diversi trattamenti sui lati delle torri e ai vari piani, dove la scelta e la distribuzione delle essenze rispecchia criteri sia estetici sia funzionali all’adattamento agli orientamenti e alle altezze delle facciate. Risultato di tre anni di studi condotti insieme a un gruppo di botanici ed etologi, lo sviluppo della componente vegetale ha preceduto la stessa vita edilizia del complesso. A partire all’estate 2010, le piante destinate a essere impiantate sulle torri sono state infatti pre-coltivate in una speciale “nursery” botanica – allestita al vivaio Peverelli, vicino a Como –, al fine di abituarle a vivere in condizioni simili a quelle finali.

Piuttosto che un oggetto architettonico tout-court, dunque, la presenza della componente vegetale rende il Bosco Verticale assimilabile a un insieme di processi – in parte naturali, in parte gestiti dall’uomo – che accompagnano nel tempo la vita e la crescita dell’organismo abitato. La componente forse più singolare di questo sistema articolato, ormai diffusa nell’immaginario urbano, è costituita dai “Flying Gardeners”: una squadra specializzata di arboricoltori-scalatori che, con tecniche da alpinismo, una volta all’anno si cala dal tetto degli edifici per eseguire la potatura e la verifica dello stato delle piante, nonché la loro eventuale rimozione o sostituzione. Tutte le operazioni di manutenzione e cura del verde sono infatti gestite a livello condominiale, allo scopo di mantenere il controllo dell’equilibrio antropico-vegetale. Centralizzata anche l’irrigazione: i fabbisogni delle piante sono monitorati da un impianto a sonde controllato digitalmente in remoto, mentre l’acqua necessaria è attinta in larga misura dal filtraggio degli scarichi grigi delle torri. L’insieme di queste soluzioni supera il concetto, ancora sostanzialmente antropocentrico e tecnicista, di “sostenibilità” nella direzione di una nuova diversità biologica. A pochi anni dalla sua costruzione, il Bosco Verticale ha così dato vita a un habitat colonizzato da numerose specie di animali (tra cui circa 1.600 esemplari di uccelli e farfalle), stabilendo un avamposto di spontanea ricolonizzazione vegetale e faunistica della città.

Credit to: https://www.stefanoboeriarchitetti.net

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